Luigi Boni
di Piero Gambassi
Non erano amici, almeno non quando li ho conosciuti io, nel 1973. Tutti e due alla Galleria il Toro. Ma mai insieme, se c’era uno l’altro non entrava. Eppure erano due pittori astratti, i soli a percorrere strade diverse dagli altri, che erano rimasti legati a doppio filo a Soffici e al suo Ritorno all’Ordine. Al Novecento della Sarfatti. In questo articolo, comparso su una pubblicazione locale nel 1997, emerge tutta l’avversione di Piero verso Luigi. Peccato, se fossero andati d’accordo forse a Empoli l’arte astratta avrebbe avuto maggior seguito.
(paolo pianigiani)
Luigi Boni ha girato il mondo guadagnandosi da vivere con le caricature. Durante il suo lungo peregrinare di città in città, spinto da un vivo interesse per l’arte, ha visitato tutte le più importanti rassegne di pittura che ha trovato aperte sul suo cammino.
E’ così che nel giro di molti anni ha preso visione delle opere dei maggiori artisti del nostro tempo, innamorandosi ora di questo ora di quello, cercando di penetrare nel loro mondo e di conoscere le ragioni estetiche ed evolutive della loro arte, interpretando spesso le loro esperienze pittoriche.
Questo studio lungo e appassionato sulle opere di tanti maestri ha fatto di Boni un pittore. Ebbi modo di conoscerlo e di entrare in amicizia con lui nel 1959. Poiché non disponevo di uno studio mi dette ospitalità nella sua casa di piazza Matteotti lasciandomi libera una stanza dove lavorai per oltre un anno.
Durante questo periodo rimanemmo vicini e partecipi reciprocamente delle rispettive esperienze artistiche.
Boni aveva preso a lavorare di continuo dipingendo grandi tele con stesure spesse, profonde, di materia cromatica. Per l’innegabile impegno prodigato senza risparmio in tali ricerche, nonché per la validità di questi suoi dipinti fu invitato a far parte del nostro gruppo fiorentino « Numero », formato da pittori e scultori d’avanguardia di ogni parte d’Italia.
Negli anni che seguirono, l’attività di Boni divenne sempre più intensa e qualificata. Ma purtroppo il tempo perduto non si ritrova. Questa verità è affiorata un giorno non lontano alla coscienza di Luigi Boni raggelando un po’ l’antico entusiasmo che lo aveva spinto così alacremente al lavoro.
Ma è inutile recriminare e accorarsi per quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. Ciò che conta soprattutto e ciò che abbiamo realizzato. E le tele che Boni ha dipinto sono tali da poterlo far ben figurare fra i pittori toscani qualificati.
Considerando la sua opera anche soltanto su un piano evolutivo, è opportuno affermare che quando a Firenze l’astrattismo classico era considerato l’avanguardia più spericolata, il Boni faceva già una pittura materico-gestuale.
Più che spirito eclettico ciò che sospinse il Boni verso il mondo dell’arte è una sorta di dongiovannismo plastico, che soddisfa peraltro perfettamente il suo desiderio di avventura e di possesso.
Per questo motivo le esperienze dei vari maestri dell’attuale avanguardia le ritrovi riecheggiate di volta in volta nei dipinti del pittore empolese.
Fra questi è in primis Jean Dubuffet con il suo linguaggio materico; Jean Fautrier, con la materia pittorica che rappresenta la tragica realtà dell’esistenza; Ives Klein, con le sue stesure monocrome; Lucio Fontana, con il gesto-segno e le sue istanze spaziali; Antoni Tapies, con la materia che riceve l’impronta dell’ « esistenza », la stessa arte cinetica, che è Luce e movimento; ed infine Francis Picabia con la messinscena per Relacke, strutturata con palle e sfere.
Ma è soprattutto l’esperienza pittorica di Jean DubufIet che ha influenzato l’opera di Luigi Boni: un dialogo esistenziale fra il pittore empolese ed il maestro francese.
In Dubuffet le idee, la civiltà e romanità medesima sono demistificate e dissacrate con spirito caustico e spregiudicato fino al cinismo. Tutto per Dubuffet è materia. L’esistenza e materia. Anche lo stesso linguaggio è materia, e come tale, plastico ambiguo e suscettibile di mutarsi e corrompersi.
La pittura non è per lui un’attività « superiore come si e sempre creduto, essa ha ben poco da esprimere e da comunicare, e soltanto esistenza allo stato primordiale e come tale caotica e inconcludente anche se particolarmente varia e vivace.
In questo clima ideale e poetico è maturata l’avventura pittorica di Luigi Boni. Che abbiamo voluto precisare per chiarire meglio la sostanza e la validità del suo messaggio e le innegabili doti native del pittore e la sofferta e multanime esperienza di vita dell’artista.
