Un Artista Immaturamente scomparso
Chiarismo di Mario Maestrelli
di
Alessandro Parronchi
da
La Fiera Letteraria, Domenica 28 Gennaio 1951
A EMPOLI, nel 1944, sorpreso fuori in tempo di coprifuoco, fu ucciso dai tedeschi un giovane di 33 anni. E’ una notizia questa, destinata, oggi 1951, a non commuovere nessuno. Persa nell’infinità dei casi analoghi, attutita dal tempo e dalla stessa volontà, degli uomini degni di questo nome, di passar sopra al male ricevuto per tentare comunque una collaborazione una ripresa di quell’attività, di quel contatto spirituale che si aspetta sempre, come vaso di cristallo, di vedere infranto dagli urti che continuamente lo minacciano.
Ma se noi avessimo voluto ricordare quel fatto, dell’oscuro 1944, per risollevare oltre che un’onda di rimpianto, un movimento di rancore e di odio, Mario Maestrelli — così quel giovane al chiamava — starebbe lì ad impedircelo.
Non soltanto un mitra anonimo (o la necessità cieca che porta ogni cosa umana a spegnersi nell’oblio) ha distrutto la persona di Maestrelli, ma tanti altri elementi sembrano congiurare giorno per giorno a eliminarne il ricordo dalla faccia della terra; nella quale invece è destinato, quel che di lui rimane, a sopravvivere e a rendere agli altri più dolce, o più possibile vivere.
Quel giovane era uno degli ultimi, ormai tanto rari che, forse una mano basta a contarli, pittori nel quali il dipingere appare dichiaratamente un dono. Aveva frequentato l’Istituto d’Arte di Firenze, seguendovi il corso operaio dal ’26 al ’28 e uscendone con la licenza. Più, il ’28-’29, fece un anno di corso di perfezionamento. In ciò si riassume l’aiuto che gli fu offerto. Il resto lo deve a se stesso.
Era figlio di un maestro muratore, e avendo a disposizione molto materiale da costruzione, prese l’abitudine di spalmare tegole e mattonelle con una preparazione a gesso, e sopra dipingere a tempera, a fresco, e talvolta, non usando lo strato di preparazione, anche a olio.
Lavorava così, nei ritagli di tempo, ogni giorno, o l’intera domenica. Il suo sviluppo è facile a riconoscere. In un primo periodo risente dell’insegnamento dl scuola, che è improntato a quello studio del primitivi, che diventò una convenzione stabile venti anni addietro nelle Scuole d’arte non soltanto in Toscana.
Prediligeva soggetti sacri. La vita di S. Francesco, la vita di Gesù, gli fornivano elementi continui di ripresa dalle grandi storie dipinte che sono il più alto retaggio della nostra tradizione. Ma una libertà da ogni schema e un vivo senso di intima commozione, si tradiva nel limite, che quasi sempre egli s’imponeva, delle dimensioni, e soprattutto nel taglio del soggetto.
Salvo certe durezze, coloristiche e disegnative, di quando ancora non poteva dirsi pittore, cioè creatore, prevaleva in lui fin dal principio l’innato gusto del decoratore su muro. Deve aver fortificato questo gusto, guardando, da riproduzioni, i pompeiani, da cui ha spesso ripreso motivi nelle sue mattonelle affrescate.
E una scioltezza di mano che è dote che non si può imparare, lo portava a una eleganza di tocco, che, anch’essa, è qualità perduta, oggi, nel giovani sperimentatori delle più spericolate ricerche.
Come sia sboccato in quella che è la sua grazia di dipingere — preferiamo dir così perchè maniera non possiamo dire, e stile urterebbe le orecchie dei pedanti — non avviene di concepire.
La rivelazione deve essersi fatta forte in lui naturalmente, come una pubertà. Si sente, confrontando qualche lavoro che resta del suoi primi tempi, con qualche, dipinto degli ultimi, che a un ritegno naturale, a un pudore sempre in allarme, deve essere succeduto un volo di sensazioni ineffabili: i suoi dipinti gli sono, sembra, filtrati dalle dita come per una continua effervescenza del sangue.
E’ arrivato, si direbbe, a una specie di « chiarismo », quale poteva essere concepito e realizzato da un toscano. E detto questo si è detto quasi tutto per togliere alla pittura dl Maestrelli la circoscritta importanza di un piccolo fatto locale.
Al pensi alla naturale tetraggine, all’affannoso comporre, alla compassata abilità, della maggior parte del moderni toscani minori e minimi, e al avranno tutte le qualità contrarie al modo dl Maestrelli.
In lui una lietezza tutta sensitiva che si espande in tonalità chiare, un’invenzione compositiva che si dimostra nella continua varietà d’impostare i soggetti che ognora ricorrono sotto il suo pennello: una misura infine, un ritegno, un arrestarsi al limite, che è la qualità che sempre farà disperare e mai riuscirà ad ottenersi da chi all’arte arriva più per volontà che per vocazione.
Questo « chiarista toscano» si pone forse come il più bell’esempio di quel far naturale i che è l’ossessione di molti. A cominciare da Soffici, che ne avverti l’importanza storica e umana, ma, all’atto pratico, lo complicò di retorica classicista. Occorreva, per ottenerlo, essere quel che era Maestrelli, cioè un enfant déshérité puro e solitario.
Occorreva vivere, come lui è vissuto, con l’apparenza di vegetare, ignorarsi. Non possiamo fare a meno di avvicinargli l’altro esempio affine, quello dl Marcucci che, convinto della stessa idea, deve lottare per innalzarla a uno splendore in cui resti a tutti chiaramente visibile. Maestrelli non ne aveva avuto, sembra, coscienza.
Oggi, di tutto il suo lavoro, rimane pochissimo. Il più è andato distrutto, per incuria degli uomini. Anche il poco che resta è quasi sempre in condizioni miserrime, i continui trasporti da una parte all’altra ne hanno ridotte, quando non compromesse del tutto, le condizioni.
Ma lo credereste? anche così esso riesce a dire quello che Maestrelli gli trasmise perchè fase detto. Il far naturale, che ha forse inavvertitamente contribuito a che, chi si vedeva quelle così vicino, non desse loro importanza, serba la sua efficacia attraverso i guasti del tempo: essi portano, sembra voler significare, a una trasformazione non alla morte.
Le strade di Empoli, di Vinci, colline della valle d’Arno, figure umanamente atteggiate a commento di paesaggi aerei, suffusi del tepore dell’idillio umano più suasivo e umile, esalano attraverso le scalfitture, le cadute del colore. Forse si arriverà perciò a non dare importanza queste mattonelle dipinte?
E sarà soltanto una mia illusione pensare che esse siano cose immensamente preziose, che giovi serbarle come reliquie del passaggio sulla terra di una vera vita che serenamente trascorsa per il bene di tutti?
Oggi, in una « vetrina » della Strozzina, si è dedicato una piccola retrospettiva a Mario Maestrelli. E’ stato riunito, con l’aiuto di quanti gli furono amici, quello che appariva in condizioni migliori.
Ora si giudicherà della sua importanza. Noi vorremmo solo sperare che non faccia velo la preoccupazione che Maestrelli «resti un fatto locale».
Può darsi che il burrascoso mare dell’arte moderna non permetta più di fermarsi a simili casi? Per noi sarà cosa che interessa non la sola Toscana, ma l’Italia e il mondo.
Il fatto che Empoli, città d’industrie vetrerie, tipografiche e ortofrutticole, che dopo la guerra ha ripreso in pieno la sua attività e veduto riedificare la torre della sua Collegiata e venir fuori dai restauri del S. Agostino affreschi di Masolino, abbia avuto, fino a un oscuro giorno del ’44, il suo pittore.