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La Pala di Fiesole del Beato Angelico torna a casa dopo il restauro: un capolavoro ritrovato

Dopo un delicato intervento conservativo, la celebre Pala di Fiesole torna nella chiesa di San Domenico, il luogo per il quale fu dipinta oltre seicento anni fa. Il restauro restituisce non soltanto la luminosità dei colori del Beato Angelico, ma anche nuove conoscenze sulla storia di una delle opere più affascinanti del primo Rinascimento fiorentino.

 

Ci sono opere che non appartengono soltanto ai musei o ai libri di storia dell’arte. Appartengono ai luoghi che le hanno generate, alla comunità che le ha custodite per secoli, alla spiritualità per cui sono nate. È il caso della Pala di Fiesole del Beato Angelico, che dopo un importante intervento di restauro è tornata nella chiesa di San Domenico a Fiesole, ricollocandosi nel suo contesto originario dopo essere stata protagonista della grande mostra dedicata all’artista a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco.

Un’opera fondamentale del primo Rinascimento

Realizzata tra il 1420 e il 1423, quando Fra Giovanni da Fiesole – il futuro Beato Angelico – viveva ancora nel convento domenicano di Fiesole, la pala rappresenta uno dei momenti più significativi dell’arte italiana agli inizi del Rinascimento.

Al centro della composizione siede la Madonna con il Bambino, circondata da otto angeli adoranti e affiancata dai santi Tommaso d’Aquino, Barnaba, Domenico e Pietro Martire. La presenza di San Barnaba ricorda il committente dell’opera, il ricco mercante fiorentino Barnaba degli Agli. Il Bambino tende la mano verso due rose offerte dalla Vergine: quella bianca allude alla purezza di Maria, quella rossa anticipa simbolicamente la Passione di Cristo.

Dal gotico al Rinascimento

La storia della pala è straordinaria perché racconta due epoche dell’arte.

Originariamente il dipinto era un elegante trittico a fondo oro, con cuspidi gotiche, pilastrini e predella. Nel 1501 venne profondamente trasformato da Lorenzo di Credi, incaricato di aggiornare l’opera secondo il nuovo gusto rinascimentale.

L’intervento fu rispettoso delle figure dipinte dall’Angelico, che rimasero intatte, ma modificò completamente la struttura architettonica: il fondo oro lasciò il posto a un’ampia architettura classicheggiante aperta sul paesaggio, mentre il trittico fu trasformato in una pala quadrangolare. Un esempio raro di dialogo tra due grandi maestri separati da quasi un secolo.

 

                       Prima del Restauro

Le ferite del tempo

L’opera non è arrivata fino a noi senza sofferenze.

Nel corso dell’Ottocento la pala venne smembrata: la splendida predella originale fu separata dal dipinto e oggi si conserva alla National Gallery di Londra. Anche le figure dei santi dipinte nei pilastrini laterali furono vendute sul mercato antiquario e sostituite con opere provenienti da altri polittici quattrocenteschi, alterando definitivamente l’aspetto originario concepito dal Beato Angelico.

 

                                               Durante il restauro

Un restauro che diventa ricerca

Il recente intervento conservativo, affidato ai restauratori Daniele Rossi per la superficie pittorica e Roberto Buda per il supporto ligneo, non si è limitato alla conservazione materiale dell’opera.

Grazie alle indagini diagnostiche, e in particolare alla riflettografia infrarossa, è stato possibile osservare elementi nascosti da oltre cinque secoli, tra cui la struttura originale del trono dipinto dal Beato Angelico e poi coperta dall’intervento di Lorenzo di Credi. Il restauro si è così trasformato anche in una preziosa occasione di ricerca storico-artistica.

Il ritorno della luce

La pulitura ha eliminato vernici ossidate, vecchi ritocchi alterati e ridipinture che appesantivano la lettura dell’opera.

Sono così riemersi la brillantezza degli azzurri ottenuti con lapislazzuli e azzurrite, i verdi della malachite, i rossi intensi delle lacche e del minio, oltre alla straordinaria raffinatezza delle dorature che costituiscono uno degli elementi più caratteristici della pittura del Beato Angelico.

Parallelamente, il supporto ligneo è stato consolidato con un innovativo sistema elastico che consente al legno di seguire i naturali movimenti dovuti alle variazioni climatiche, garantendo una migliore conservazione futura.

Un ritorno che restituisce un contesto

La conclusione del restauro coincide con il ritorno della pala nella chiesa di San Domenico, luogo per il quale era stata concepita oltre seicento anni fa.

È un passaggio importante perché restituisce all’opera la sua dimensione originaria: non soltanto un capolavoro della storia dell’arte, ma un’immagine destinata alla preghiera, inserita nello spazio liturgico per cui era stata progettata.

L’intervento, sostenuto dalla fondazione Friends of Florence, rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra istituzioni pubbliche, restauratori, studiosi e mecenati privati nella tutela del patrimonio artistico italiano.

Un’opera che continua a raccontare

La Pala di Fiesole dimostra come ogni restauro possa diventare un’occasione di conoscenza.

Dietro la pulitura di una superficie pittorica si nascondono infatti secoli di trasformazioni, cambiamenti di gusto, interventi conservativi, perdite e riscoperte. Il lavoro compiuto negli ultimi mesi non ha restituito soltanto la bellezza dell’opera del Beato Angelico: ha permesso di comprendere meglio il suo processo creativo, il dialogo con Lorenzo di Credi e la complessa vicenda conservativa che ha accompagnato il dipinto fino ai giorni nostri.

Oggi la pala torna finalmente a essere ammirata nel luogo che l’ha vista nascere, ricordando come il patrimonio artistico non sia un’eredità immobile, ma un organismo vivo che continua a raccontare la propria storia a ogni nuova generazione.

                   Dopo il restauro

Di admin

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