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Mario Maestrelli

 

di Piero Gambassi

 

(1997)

 

 

Il ricordo di lui risale ai primi tempi della mia fanciullezza.

« Senti », mi disse un giorno la maestra, « se smetti di dar noia ai compagni e diventi buono come il Maestrelli ti lascio fare un disegno sull’ ” Albo della Montesca “. Tornai al mio banco un tantino imbronciato e punto nel mio amor proprio. Chi era poi quel ragazzo secco, allampanato, che godeva tanta considerazione dell’insegnante?

« Si chiama Archipenco » mi rispose il Susini con una spallucciata, continuando nascostamente ad imbrattare d’inchiostro il colletto inamidato del compagno di banco. « Vieni con me a fare alle sassate contro i ragazzi del Viale della Rimembranza?», soggiunse poi. Non risposi; guardavo l’ombra allungata e ferma che it busto di Archipenco, illuminato alle spalle, proiettava sul muro bianco dell’aula.

Riuscii a cattivarmi la sua simpatia e mi condusse a casa sua quel giorno stesso a vedere i suoi quadri. C’era un castello medievale, ricordo, c’erano dei frati che egli mi disse di aver dipinto insieme a Virgilio Carmignani e alcuni paesaggi.

Così per molti anni continuai ad andare da lui, e lo trovavo quasi sempre a lavorare nella sua stanza addossata al muro dell’orto.

Alieno da ogni esibizione (raramente partecipe a mostre) e ancor piu lontano dal proporsi la pittura come un mezzo di futuri guadagni, Mario Maestrelli dipingeva per vocazione. Come per un « primitivo l’arte era per lui religione alla quale null’altro si doveva chiedere che di potersi sempre più avvicinare a quello stato di grazia necessario affinché le vocazioni del suo spirito si concretassero nettamente sul muro o sulla tela.

L’opera di questo pittore, in gran parte perduta, è retta da una coerenza spirituale che si manifesta esteticamente in una schiettezza primitiva di toni e di colori.

Spesso questa forza nativa è espressa in una gamma di colori mistici e melanconici, nella cui bassa tonalità trova diletto e si riposa l’occhio dell’osservatore. Talvolta il segno diviene violento e fermo, i toni si fanno più intensi raggiungendo nell’insieme atteggiamenti ieratici (« Autoritratto col cappotto »).

Una qualità che maggiormente difetta nelle sue opere è « il riso », qualità che poco si addice a quel senso di mistico abbandono che è soprattutto il carattere morale delle sue figure. Se ride o tenta di ridere, non lo fa che sopra se stesso, impostando autoritratti in fogge strane e bernesche.

 

 

Mario Maestrelli, Crocifisso, Affresco, 1936

Quando non dipinga autoritratti con l’insistenza vangogghiana, i temi dove il suo spirito maggiormente trova adesione, sono gli avvenimenti evangelici. Osservando la « Resurrezione di Lazzaro » (il quadro attualmente si trova nell’atrio della casa di un noto medico cittadino), siamo colpiti dal senso di intimo riposo provato dal pittore durante l’esecuzione. Qui il colore si fa intenso e grave giocando su tutte le possibilità materiche del fondo.

All’evocazione del Signore il corpo di Lazzaro sorge inclinato dal sepolcro. Maria, Marta e i Giudei che circondano i due personaggi sono colpiti dal miracolo. Uno di questi cade in ginocchio, mentre le donne incrociano le braccia piangendo.

Sul fondo scuro della scena si leva un monte alto e boscoso in contrasto col camice bianco del Maestro colto nell’atto di confortare Marta con le parole: « Io sono la Resurrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se morto, vivrà » (1).

 

(1) (N. d. R.) Mario Maestrelli trovò la morte verso i trentacinque anni nell’ora tragica del passaggio della guerra. Un cuor d’oro come lui, un poeta come lui avrebbe meritato ben altri riconoscimenti e ricompense. E invece la sorte lo volle tra i tanti inermi ed innocenti su cui infierì la selvaggia e stolta volontà di sterminio dei soldati del Terzo Reich. Mario fu passato per le armi mentre ignaro, entrava in una strada, su cui era stato fatto divieto di transitare.

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