ID 1313360359214776

UN EREDE DEL RINASCIMENTO ITALIANO: ARMAND POINT

Armand Point

Da: EMPORIUM , N. 375, Vol. LXIII , MARZO 1926    

V’è qualche artista francese che abbia mai meritato la simpatia Italiana come questo pittore che, a trentadue anni, trovata in Italia la sua« via di Damasco », senza curarsi del suoi precedenti successi nè della moda contemporanea, esaltò con tutto il suo talento, attraverso tutta la sua vita, l’arte Italiana del Cinquecento?

Diana e Atteone

Attualmente la Francia non ha un maestro disegnatore più grande di Armand Point; e le fotografie dei suoi quadri, riprodotte a illustrazione di questo articolo, basteranno a provare con quale intelligenza creatrice questo francese abbia studiato i Veneziani, amato Botticelli, venerato Leonardo, e soprattutto con quale religioso rispetto si sia compenetrato nel suo dio: Michelangelo. La romanzesca storia della sua vita, dominata dall’arte sino al punto di sconvolgersi ogni qual volta un nuovo ideale s’imponeva al suo spirito, pervasa da un coraggio infaticabile poiché egli accettò povertà e solitudine piuttosto che rinunziare alle sue convinzioni, sedurrà, ne son certa, i cuori italiani, come una biografia del Rinascimento.

Armand Point nacque nel paese della luce, ad Algeri, e conobbe sin dal collegio il fascino della pittura; adolescente, si abbandonò alla sua vocazione, riuscendo ben presto a compiere dei quadri d’ambiente africano, assai ricchi di colore, molto vivi, che gli diedero la rinomanza: persino il Governo francese acquistò una sua tela nel 1879.

Grande Pannello dipinto nella Villa Muti a Frascati

Ma quella gloria locale non poteva bastare al giovane avido di cambiamenti. Verso l’88 venne a Parigi, e subì l’influenza delle scuole veriste in voga, ed espose al Salon dell’89 una prima opera di quel genere. Ben presto lo attrassero .i gruppi simbolisti; frequentò Verlaine, Mallarmé, prese interesse all’occultismo dei Rosa-Croce, lesse, si raffinò. E tutto questo lavoro interiore ebbe un contraccolpo nella sua arte. Al Salon del 1892, Point presentava una serie di pastelli misteriosi e soavi, sottilmente trattati in semitoni d’un’armonia musicale, rimarchevoli per la loro sensibilità, per la loro poesia, che incantavano l’anima come gli occhi. Il pubblico, immediatamente conquistato, gli decretò un successo entusiastico; le commissioni affluirono. Ma il fortunato pittore, approfittando di una borsa ufficiale di viaggio, era già fuggito in Italia.

Le Tre Grazie

E fu allora che avvenne la rivelazione fulminea di cui Point ancora parla col fervore di un neofita Quando si trovò innanzi gli affreschi del Camposanto di Pisa, tutto un mondo insospettato gli apparve all’improvviso: « Ebbi l’impressione, mi narrava, di non sapere nulla; tutto ciò che avevo cercato fin’allora, come tecnica, vita,  sentimento, era espresso là, in quelle opere murali vecchie di parecchi secoli. Sin dal primo sguardo, le riconobbi, ne subii l’autorità, e mai più tentai di sottrarmi al dominio dell’arte italiana ».

Ed in verità questo dominio fu cosi intimo e profondo che Point si chiese talvolta se non avesse vissuto una esistenza anteriore in Italia, talmente egli ci si ritrovava a casa sua, col corpo e con l’anima. Il suo passato di orientale e di parigino crollò come uno sfondo di creta, lasciando la strada libera innanzi a lui: vi si slanciò con passione.

Al suo ritorno in Francia, dopo qualche mese, i suoi amici si stupirono di sentirlo mutato. Point andò a installarsi in una deliziosa casa rustica presso la foresta di Fontainebleau — dove ancora abita — e si mise a lavorare secondo la sua nuova ispirazione, in mezzo alle copie di capolavori fiorentini, gli abbozzi, i disegni, i ritratti, pregni della sua adorazione per i Primitivi, che aveva portato dall’Italia.

Nudo

Il Quattrocento lo possedeva allora completamente. E, non pago di ciò che ne aveva visto, volle risuscitare i suoi segreti d’arte seppelliti, studiando i trattati dei vecchi maestri italiani che gli permisero di crear di nuovo la pittura a tempera, la pittura a fresco, la pittura a cera di cui fece ben presto uso, in disprezzo della pittura ad olio, giudicata pesante e corruttibile.

In pari tempo, reagiva contro la mania impressionista di decomporre i toni, preferendo impiegare con rigore le tinte piene e nitide degli antichi. Sopratutto, non esitò a proclamare, in opposizione alle idee in voga, che il colore doveva essere subordinato al disegno, che la linea soltanto importava: « Dallo studio di Fidia al più umile laboratorio di falegname, la linea è stata, o deve essere, sovrana, egli dichiarava. Per mezzo delle infinite inflessioni di cut essa è suscettibile, corrisponde a tutti i nostri pensieri, a tutti i nostri sentimenti, è il linguaggio misterioso detta materia, il modo d’intesa universale »

È facile immaginare le canzonature che risposero a tali teorie nella Parigi degli impressionisti, dei pointillistes, dei divisionisti, e altri innovatori. Ma senza lasciarsi scuotere dall’ostilità dei suoi confratelli, Point mandò al Salon del 1896 una pittura a tempera, simbolica: La Speranza e il Dolore, con un affresco alla maniera medioevale, stilizzato: Santa Cecilia, affermandosi così doppiamente lungi dalle ricerche e dallo spirito moderni.

Nel piccolo mondo delle arti lo scandalo scoppiò, tanto più esasperato in quanto Point non temeva di appoggiare le proprie opere con parole significative: secondo lui, la produzione attuale era su una cattiva strada perchè sprovvista di sentimenti, di armonia, e fuori della tradizione. Sicuro, invece, di trovare il solo insegnamento valido nei suoi maestri d’altri tempi, scrollava le spalle innanzi ai sarcasmi e agli attacchi dettati dall’ignoranza. Ma per continuare in pace l’opera sua, decise di rinunciare ormai a esporla nei Salons.

Arianna

Con una decuplicata foga di lavoro, estese le sue ricerche a parecchi campi. Fece venire degli operai italiani, installò degli studi e dei forni nelle rustiche adiacenze della sua casetta, e, assecondato da pochi devoti collaboratori, creò un centro artistico, « Haute-Claire », da cui uscirono nel 1899, per una esposizione nella galleria Georges Petit, delle meraviglie di gusto: gioielli sontuosi, smalti degni dei tesori di cattedrali, bassirilievi in bronzo, sanguigne, tappezzerie, vasellami, cuoi lavorati; la stessa vetrina che conteneva tanta somma di sforzi era l’opera di quei rari creatori ai quali non doveva rimanere ignota alcuna forma d’arte e che si isolavano, in mezzo alla loro epoca di specialisti, come altrettanti Benvenuto Cellini. Malgrado le riserve della critica, scontenta di conoscersi nel torto, la bellezza del tentativo soggiogò di nuovo il pubblico; e, se Armand Point avesse insistito, sfruttando il suo successo, sarebbe ridiventato il favorito di moda. Ma l’artista, noncurante del guadagno, sordo alla lodi, già si abbandonava ad un più puro ideale.

Un nuovo viaggio in Italia lo aveva messo innanzi a Michelangelo. Subitamente, i Primitivi delicati, gli affascinanti preraffaelliti, s’erano eclissati, come sommersi nello splendore del vero culto. Armand Point aveva ormai raggiunto il suo supremo convincimento: l’arte assoluta, quella che non è possibile superare perchè riassume l’umanità con i suoi dolori, il suo pensiero, la sua potenza d’espressione, era là, magnificata nelle opere di quel genio enorme. Non bastava ammirarlo, venerarlo: bisognava prenderlo come modello costante, impregnarsi della sua forza, rinunciare severamente come lui alle facili seduzioni; insomma, non temere di andare, una volta di più, incontro alla impopolarità contemporanea.

E senza esitare, il pittore piegò il suo talento ricco e multiforme a questa unica fede, le consacrò la sua vita.


Dafni e Cloe
Ebe

Lo vidi nel 1912 a Frascati nella magnifica villa Aiuti, dove lavorava a una vasta composizione che gli costò trent’anni di riflessioni e di ricerche: Lo sforzo umano. Due volte alla settimana, questo fedele di Michelangelo se n’andava a Roma, si chiudeva per l’intiera giornata nella Cappella Sistina che rappresentava per lui il Sancta sanctorum; e senza curarsi delle carovane di turisti, con lo spirito e lo sguardo totalmente assorti, prendeva, in silenzio, una lezione dal suo maestro. Mai vacillò la sua certezza. Ritrovava, trionfante, quella religione della linea che aveva proclamata sin dall’inizio della sua conversione, mentre le teorie moderne si erano annientate l’una dopo l’altra come dei castelli di sabbia dispersi dal mare. Poco importava dunque di non aver saputo piacere agli incoscienti unicamente perduti dietro alle mode fuggitive. L’artista non lavorava per loro, ma per creare una bellezza, una emozione che sopravvivesse al tempo. Classico? Certamente! Point si riconosceva classico con ardore, se classico significava purezza di disegno racchiudente una grave ispirazione. E, di ritorno a Villa Muti, 1 Ma con un disprezzo da gran signore, non si innanzi aliatela che rappresentava, in piccolo, lo Sforzo dell’Umanità, infaticabile e vano come quello delle Danaidi, il pittore filosofo aggiungeva senza pessimismo una corona di rose alle mani delle fanciulle che sotto i pensosi occhi d’un Leonardo da Vinci, incoronavano la tragica maschera della vita.

E se, al centro del quadro, l’Anima umana sembrava stanca dell’infinita fatica a cui sono condannati gli esseri giovani e vecchi dietro di lei, con gesto ardito, l’Energia continuava a chiamare l’eterna processione. Simbolismo vestito di forme splendide la cui bellezza non invecchierà mai! Nulla era più facile a Point che il dipingere ritratti seducenti e vivi; egli ha prodotto qualche capolavoro di questo genere. Ed i suoi innumerevoli studi di natura lo rivelano colorista sontuoso più che ogni altro moderno. Ma con disprezzo da gran signore, non si soffermò mai a questi divertimenti. Giunto al culmine del « cammin di nostra vita », padrone assoluto della sua arte, egli conserva ancora il sacro entusiasmo e l’umiltà del principiante:

« Appena s’intravede la Terra Promessa, mi scriveva di recente, quale sarà il Giosuè? Sforzo e rassegnazione!»

E non cessa mai di lavorare, e non concede  nulla alle necessità dell’esistenza, così dura per gli artisti veri.


Ritratto di Signorina

Parimenti, la sua gratitudine verso l’Italia che gli rivelò la sua via resta vibrante come una volta. Ma egli non l’ammira soltanto nel passato. Lui, francese « chauvin », riconosce e adora l’eterna forza creatrice della sua seconda patria latina. Cito a miglior prova un brano d’una sua lettera dell’Ottobre 1922:

« L’Italia, nostra grande sorella Maggiore, ci dà un esempio inaudito di risorgimento. Bisogna che noi la seguiamo. Bisogna camminare tenendoci per la mano per fronteggiare l’invasione delle utopie che si sono scatenate sul mondo. Quale forza creatrice agirà, reagirà, quando l’unione latina sarà conchiusa! Il nostro pensiero si disseta alle medesime fonti. Noi soli possiamo opporre una diga alla barbarie, rendere al Pensiero la sua nobiltà, ricondurre l’ordine in Europa. Voglio restare in perenne comunione con questo paese cui debbo le mie più grandi gioie e la mia educazione artistica.

« Il divino Michelangelo ha detto; « Al difuori dell’Italia, non v’è arte vera». Questa parola sarà eternamente vera. Il nostro più grande artista, Poussin, passò a Roma la sua vita. In Italia soltanto, dalla Grecia in poi, l’arte è stata sottomessa all’armonia tanto ricercata da Leonardo. Senza bellezza. L’arte resta umana. Con la bellezza, l’arte diventa divina, ed è questo il suo scopo reale ».

In un recentissimo messaggio, questo duplice credo di artista trovava una forma ancora più toccante, un semplice grido del cuore:

«…. l’Italia tanto amata ch’ogni altro paese m’appare come un luogo d’esilio ».

Armand Point, erede del Rinascimento italiano, perchè dunque tardate a tornare nella patria dell’anima vostra?

Camille Mallarmé

Armand Point nel suo studio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *