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NOMADI E RIBELLI

di Giorgio Cortenova

da: Roberto Barni, Sculture

Gli Ori, Prato, 2005

Foto di Aurelio Amendola

Volume edito in occasione della grande mostra di Roberto Barni a Malcesine
(9 Luglio – 15 Ottobre 2005)

 

Ringrazio Gli Ori per avermi autorizzato a pubblicare il testo di Giorgio Cortenova e Aurelio Amendola per il permesso a pubblicare le sue splendide foto. (paolo pianigiani)

 

Giorgio Cortenova

 

 

Adesso, a vederle qui nel castello di Malcesine che grava sul lago con energico ardimento, le opere di Roberto Barni mi sembrano segretamente acquattate a dettare rime e lettere e prose segrete a chi vi passi accanto o vi si rechi appresso premeditatamente. I suoi personaggi mi sembrano congiurati o nomadi senza tempo e spazio, esclusi dai riti sociali e dalle regole del buon vivere, che i riti se li inventano e le regole se le creano per gioco e per sberleffo.

Sento qui, ancor più che in altre occasioni, quell’amarezza e quella dolente follia che solo Barni sa narrare così, nel fare rocambolesco delle sue figure ribelli, che nemmeno ti guardano e che vedono, veggenti, nella lontananza della mente. Ecco perché, come scrivevo qualche tempo fa, all’interno di quel nulla che minaccia lo spirito e di quel vuoto che mette in pericolo il corpo, è per Barni possibile moltiplicare i ritmi della danza e “clonare” le forme. Il corpo e la mente, il pieno e il vuoto, il tutto e il nulla sono forme speculari che si sdoppiano per un tragico gioco degli equivoci: che s’incrociano sorvolandosi, che s’intrecciano in fragili e improbabili geometrie, che affondano nel baratro irridendo il buio da cui stanno per emergere.

 

Roberto Barni Sculture. Malcesine – Castello Scaligero 9 Luglio – 15 Ottobre 2005. Catalogo Gli Ori, 2005

 

Il buio è in agguato nella lontananza del lago, ma anche qui vicino, nel baratro delle acque, nello specchio in cui s’immerge lo sguardo senza meta, nell’animo del naufrago cui il male è familiare e il bene è una dolce malinconia che ancora non si spegne nel cuore. Un giorno doppiò questo porto un personaggio già famoso, già provato dalla vita e già animato dal sentire sottile che appartiene all’animo quando lo esalta la percezione dell’enigma. Si trattava di Gracco, il cacciatore Gracco, anzi di Graculus (che vuol dire cornacchia nella lingua latina): insomma di Kafka (appunto cornacchia in lingua ceca) che qui veniva a curarsi la tisi. Lo scrittore doppiò Malcesine e si diresse a Riva dove lo attendeva per riceverlo in sindaco della città. Come va? Come sta?… beh i saluti sono sempre gli stessi. Le risposte no, dipende molto da chi le dà. Né qua né là, insomma… ma certo sottintendeva qualcosa di più, che poi è il senso stesso della narrazione: né qua né là, ma in quella dimensione apparentemente non tangibile eppure così satura di enigmi, così in bilico in un bordo squilibrante e irridente, allarmante e al tempo stesso smagato, ludico come è ludico il pozzo in cui i folli fanno conoscenza con la luna.

 

Motus, 2002. Bronzo cm. 266 x 291 x 60. Foto di Aurelio Amendola 

 

Eccolo dunque, in tutto il suo donatelliano tormento, il “compasso del linguaggio di Barni, aperto sulla bellezza della forma e la sua tragica e scabra sofferenza, sulla limpida essenza dell’io e sulla sua oscura rivolte.

Così incrociate, le divergenti pulsioni disegnano un territorio amaro, intessuto nell’irri-dente consapevolezza del vuoto, in quel nulla che parla con la voce del dio bendato o del poeta cieco e veggente. Il malessere di un’individualità che difende il suo esilio dal tempo sezionato e centrifugato dei ritmi produttivi, e dalle strutture “scientifiche” della metropoli “civile”, insorge e difende il proprio esilio con il sorriso dolente che sconfigge le ragioni quotidiane, prosaiche, dei passanti distratti.

Provate a intrecciare voi stessi i fili di quel gioco di pesi e contrappesi, di baccine e di tondi mandalici tirati da una parete e dall’altra. Provate a giocare con quei personaggi e proba­bilmente vi sentirete liberi nell’esilio della ragione. Liberi d’impostare un gigantismo cui si contrappone un drappello di piccoli uomini irridenti, pronti a scalare le forme contratte nel dinamismo inutile degli dei senza dominio.

 

Trono, 2000. Bronzo cm. 150 x 200 x 70. Foto di Aurelio Amendola

 

Forse ha ragione Alberto Boatto, quando scrive che a dominare gli uomini sembrano peraltro le cose, un tavolo, un vassoio, un cilindro-pozzo, che sembran tutti incatenare questi personaggi in un gioco perverso di sottomissione epocale. E loro intorno a girare senza meta né reale equilibrio: loro, o noi tutti, cui solo la luna dona un chiarore e solo Saturno insegna il significato profondo della clessidra e della sabbia morbida che ne percorre i coni. Appunto il tempo, segreto e alienato dalla memoria, appartiene a queste sculture che nel “memorabile” rintracciano la loro valenza moderna, quella capacità di arginare la deriva della storia e dare perciò un senso al naufragio della psiche.

E poi ancora le teste e le braccia e le gambe che misurano il terreno, come tanti trampolieri in fuga sul limitare del tramonto.

 


 

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