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Ho iniziato a fotografare il primo giorno d’asilo: uno scatto sfocato, turbato, in controluce, di mia madre che di spalle se ne va. Ancora oggi sogno quella stessa imprecisione, quella sporcatura dello sguardo che fa di una scheletrica cornice un racconto.

 

Così ho legato la fotografia alla ferocia del tempo che passa. Fotografo quasi soltanto in bianco e nero, per scarnificare, per sottrarre. Come un vecchio che invecchiando si fa sempre più saggio. Anche mio nonno lo faceva.

 

Frugava in fondo alla mischia, cercando l’ultimo dettaglio rimasto. Tra le vite sconfitte, dimenticate. Le sue istantanee sono polvere di botteghe, voci abbacinanti di cortile. Rispetto alle fotografie che ho fatto, ricordo più volentieri tutte quelle che non ho fatto.

 

E se ho ottenuto qualcosa, se ho avuto la fortuna di poter convogliare la mia passione in un mestiere, è stato più che altro merito delle occasioni, dei libri letti, dei sentieri che si sono fatti camminare.

Ogni tanto appunto gioie e tormenti in una poesia. Quasi ogni giorno cammino, sui fianchi logori e spinosi dell’Appennino. Alla ricerca di tracce di un mondo che fu.

Stare nei boschi mi ricorda come si fotografano le emozioni.

 

Emiliano Cribari

 

Un articolo per Dino Campana

 

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