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da: Praga Panoramica, Odeon, 1992

Traduzione di Claudio Poeta

Il primo libro di Sudek con tematica praghese uscì come portfolio di fotografie originali nel 1928. Era dedicato alla cattedrale di San Vito. A quell’epoca Josef Sudek faceva foto a Praga già da dieci anni. Ventiduenne invalido e veterano della prima guer­ra mondiale sembrava che, privo del braccio de­stro, fosse per lui segnato un semplice e triste de­stino ai margini della società. Ma fu proprio du­rante il soggiorno all’istituto praghese per gli inva­lidi di guerra che Sudek tornò al suo hobby di prima della guerra, la fotografia. E Praga divenne il suo soggetto.

A parte il periodo di guerra, passa­to sul fronte italiano, aveva vissuto l’infanzia e la giovinezza con la madre vedova in piccole cittadi­ne e in campagna. La visita di Praga fu per l’intera famiglia qualcosa di eccezionale che culminò all’opera al Teatro Nazionale. Per questo anche il giovane Sudek si interessò dopo il 1918 alla musi­ca e cercava una possibilità di espressione propria. Per via del suo handicap non poteva fare il rilega­tore, mestiere che aveva imparato prima della guerra, non sapeva suonare nessuno strumento e non sapeva nemmeno leggere le note.

Cantava vo­lentieri, cosa che aveva preso dalla madre. E quin­di, benché non fosse facile, si mise a fotografare. E andava a teatro. E alle mostre. Svariate erano le cose che non capiva, ma era incredibilmente tena­ce, quasi caparbio. Così gli si aprì il mondo della musica, imparò a conoscere la pittura ed anche, nell’ambiente della corrente praghese di arte mo­derna, le tendenze contemporanee. Ben presto, scoperto dalla casa editrice Družstevní práce di cui proprio l’Odeon è l’erede, divenne anche foto­grafo di opere di arte moderna. Perdurava però in lui l’ammirazione per Praga, perdurava il deside­rio di esprimere la città in qualche modo nel suo lavoro, una città che sotto il suo sguardo si andava trasformando da angolo provinciale dell’impero austroungarico in metropoli moderna e capitale della Repubblica Cecoslovacca.

Josef Sudek aveva uno studio costruito in legno che aveva comprato nel 1927, ma che risaliva all’inizio del secolo ed era in un giardino circon­dato da palazzi ai piedi del colle Petřín, che si erge di fronte al Castello di Praga ed in cima al quale svetta una torre con belvedere alta sessanta metri, una specie di torre Eiffel in miniatura. Era lì nel suo studio che si guadagnava da vivere con il suo lavoro di fotografo. Ma non appena sapeva di aver guadagnato abbastanza per mangiare e rifor­nirsi di materiale fotografico, chiudeva lo studio e andava alla ricerca dei temi e dei motivi a lui propri. E Praga era uno di quelli principali. È an­che per questo che dopo la seconda guerra mon­diale le prime fotografie di Sudek ad essere pub­blicate sono inserite in libri su Praga.

Josef Sudek lasciava spesso che gli avvenimenti e le motivazio­ni venissero a lui lentamente e perfino per caso. Così pure sonnecchiava in lui il desiderio di tenta­re la fotografia panoramica. Così fu solo durante un viaggio in Moravia, dal quale ricavò un bellissi­mo libro di fotografie sul paese natale del compo­sitore Leoš Janáček, che scoprì a casa di amici una macchina panoramica Kodak della fine del secolo scorso. La ebbe in regalo. A Praga fece riparare il soffietto deteriorato in cui girava un obiettivo sem­plice. Il suo otturatore permetteva due esposizioni, Josef Sudek diceva sempre «una volta piano, una volta più veloce». Erano un venticinquesimo e un cinquantesimo. Per quella macchina non si produ­cevano ormai più da molto tempo le pellicole adatte di formato 10 x30 cm. Andrej Bobruška, amico di Sudek e suo indefesso aiutante nel mon­do della tecnica e dei lavori pesanti, fissò all’inter­no della macchina un supporto di latta mentre al­tri amici professionisti gli tagliarono degli spezzo­ni di pellicola per ottenere il formato necessario. Come orientamento c’era sulla parte superiore della macchina una cornicetta in filo di metallo che a uno sguardo corretto dava un’idea più o me­no informativa dell’orizzonte dell’inquadratura.

Questo voleva dire guardare il più possibile vicino alla parte superiore della macchina e abituarsi di volta in volta a ciò che l’obiettivo nel girare avreb­be poi effettivamente ripreso. Che cosa sarebbe entrato nell’inquadratura da destra a sinistra veni­va poi indicato approssimativamente da due segni per storto su un foglio nero incollato alla macchi­na. Josef Sudek però aveva un suo metodo: era fa­cile vederlo in piedi dietro la macchina fissata su un solido cavalletto, la manica destra vuota in ta­sca, con un occhio quasi chiuso e la barba lunga di cinque giorni, guarda il suo soggetto e, con il brac­cio sinistro alzato al gomito e le dita tese, misura l’ampiezza dell’inquadratura con un movimento da destra a sinistra. In quel momento nessuno, né tra gli amici né tra i curiosi all’intorno, osava di­sturbarlo.

E di curiosi intorno a Sudek che fotografava ce n’erano sempre abbastanza. Alcuni con le loro macchine moderne se ne andavano portandosi a casa l’immagine di un fotografo che con la sua apparecchiatura d’altri tempi si preparava la foto come si faceva mezzo secolo prima. Il metodo di Sudek però non aveva niente a che fare con la pas­sione per le vecchie tecniche. Fu lui che con pochi amici negli anni venti aprì la strada in Boemia alla fotografia moderna. Fu sempre lui che all’inizio degli anni quaranta riuscì a scoprire a suo vantag­gio il metodo della copia a contatto senza ingran­dimento dell’immagine dal negativo di dimensio­ni inferiori. Dapprima per via di un caso fortuito e poi intenzionalmente cominciò a lasciare una larga fascia nera al di fuori dell’immagine sulla parte della carta fotografica che veniva esposta. Neanche questa cornice però divenne una regola ed esistono copie a contatto incorniciate di nero e di bianco. Anche per questo nel libro Praga pa­noramica le fotografie sono orlate di una fascia nera.

Rimaneva ancora una difficoltà per una mag­giore utilizzazione della macchina panoramica di Sudek: la possibilità di riavvolgimento della pelli­cola. Sudek poteva a casa, in camera oscura, inse­rire la pellicola e andare a fare la fotografia. Dopo l’esposizione doveva tornare con tutto l’apparato nello studio, tirare fuori la pellicola, inserirne un’altra e andarsene di nuovo. Sudek era instanca­bile e in rapporto alla sua altezza non elevata era un veloce camminatore in grado di stancare du­rante le sue gite fotografiche amici ben più giova­ni. Soprattutto in salita camminava veloce «per fi­nire prima», come diceva. E se aveva l’impressio­ne che il colle sul quale era salito non gli permette­va un’inquadratura altrettanto buona di quella che avrebbe ottenuto dal colle di fronte, riscendeva e saliva sull’altra altura. Ad ogni modo l’impossi­bilità di esposizioni plurime e quindi anche l’im­possibilità di fotografare fuori Praga o in luoghi più lontani, condizionava il suo lavoro. Fu di nuo­vo dalla cerchia degli amici che venne un aiuto: Božena Rothmayerová, restauratrice ed artista che lavorava i tessuti, gli cucì un sacco impermeabile alla luce con una spessa stoffa di cotone.

Sudek, che aveva un braccio solo, doveva inginocchiarsi, per la maggior parte per terra, entrare nel sacco, stringerselo e legarselo alla cintura e una volta dentro, aprire la macchina, tirare fuori la pellicola e riporla ed infine inserire la pellicola nuova. Con un braccio solo la cosa era abbastanza laboriosa e da fuori l’impressione era quella di un sacco ne­ro che continuava a contorcersi, dal quale spunta­vano due gambe di uomo appoggiate a terra in solide scarpe. Quanti sguardi sospettosi all’intor­no, quanti genitori che preferivano allontanare i propri bambini incuriositi a una distanza di sicu­rezza nel momento in cui dal sacco usciva un vec­chio spettinato e rubicondo che stringeva nella sua unica mano una cassetta nera. Il tutto sembrava una specie di magia. Eppure era così semplice:

l’invalido di guerra non si era lasciato sconfiggere da un duro destino, si era creato un suo mondo, una sua partecipazione al mondo degli altri, cir­condato dagli amici che si era scelto, lavorava alla sua opera nella quale trovava sempre qualcosa di imperfetto, di non finito.

Quando tutti i problemi tecnici con la vecchia macchina panoramica Kodak furono superati, ri­maneva ormai la cosa più importante: Sudek do­veva imparare a vedere nel modo in cui poi la macchina fotografava. Durante le sue gite in natu­ra oppure in determinati periodi, fotografava mal­volentieri con macchine di formati diversi. E ne aveva molte. Dalle più piccole fino a quelle grandi di legno di formato 30 x 40 cm. Adesso invece si doveva abituare, al posto delle dimensioni abitua­li, ad un formato di soli dieci centimetri di altezza e di trenta interi centimetri di larghezza. Ovvia­mente con la deformazione che una macchina del genere comporta ovvero rende possibile.

Sudek sfruttò tale deformazione solo in via eccezionale, ma quando decideva di farlo allora lo faceva appieno e la deformazione era parte integrante del suo disegno e non qualcosa a cui la macchina lo aveva costretto. A volte Sudek camminando si vol­tava bruscamente — e anche per questo raccoglieva sguardi pieni di sospetto — per imparare come ve­deva l’immagine il suo obiettivo. Ma più di tutto imparò grazie ai continui tentativi che faceva di fotografie panoramiche. Ciononostante — e dati i metodi e i principi di vita di Sudek, si trattò di una rapidità fuori dall’ordinario — tra i primi tentativi con la macchina e la pubblicazione del libro passarono quasi dieci anni.

Praga panoramica, tanto desiderata dall’autore per via del formato delle fotografie, è probabilmente il coronamento dell’opera su Praga di Su­dek anche se in seguito uscì un’altra sua pubblica­zione a tematica praghese Il ponte Carlo, in colla­borazione con lo storico dell’arte Emanuel Poche. E il viaggio del lettore attraverso questo libro è una passeggiata con Josef Sudek per la sua Pra­ga che riscopre per noi. Non è un libro turistico, è un libro di amore profondo per la città in cui l’autore ha passato la parte più lunga e più signifi­cativa della sua vita anche se segnata da una di­sgrazia personale, una vita nella quale si inseriva­no continuamente — come si intuisce dall’ insieme dell’opera — i ricordi del periodo felice dell’ infan­zia e della giovinezza. Funzione eraldica in Praga panoramica è attribuita alle fotografie del Castello di Praga, un tempo sede dei re boemi ed in seguito dei presidenti.

Il libro comincia al Castello e attra­verso le parti storiche, la vita moderna e il fascino delle periferie, al Castello ritorna e termina con una sua immagine. In quella fotografia il fiume splende ai nostri piedi e il colle di Petiln ci si erge di fronte, ma le torri della cattedrale e i palazzi del Castello, sollevati al di sopra dell’ insieme irregola­re e pittoresco delle cupole, dei puntali, dei tetti e degli abbaini del quartiere di Malà Strana, sono qualcosa di molto di più che non un semplice sog­getto fotografico. È Josef Sudek che dopo aver fo­tografato nel libro con grande sensibilità la vici­nanza del paesaggio boemo mentre tocca Praga con i suoi campi al limite della città, con il prato vicino alla fabbrica e le piccole chiesette, sottoli­nea e ricorda ora la grandezza di storia della patria che ha il suo centro focale in questo luogo storico.

Non sono però fotografie solamente simboliche. Il loro senso è concreto, perché ognuna di esse espri­me non solo un certo umore, un certo momento di un periodo dell’anno nel quale in modo sempre diverso alziamo lo sguardo dal lungofiume in dire­zione del Castello di Praga, ma anche perché fissa­no nei dettagli lo splendore degli edifici, l’esisten­za invincibile della vita concreta che proprio in questo luogo ha sempre difeso e manifestato il proprio diritto alla libertà. Josef Sudek, conoscito­re ed amante della musica, nel libro di fotografie Praga panoramica ci fa vivere una sinfonia icono­grafica di quella città che rappresenta la somma di quella formazione peculiare, indifferente alle pie­tre di confine, che risponde al nome di Europa Centrale.

Gennaio 1991   ZDENÉK KIRSCHNER