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MICHELANGELO, PIETÀ DELL’OPERA DEL DUOMO

NOTA COME PIETÀ BANDINI

Pietà Bandini; Opera di Santa Maria del Fiore, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze  Dopo il restauro, Opera di Santa Maria del Fiore/foto Alena Fialova

 

Scheda storico artistica tratta da Arnolfo, catalogo unico dell’Opera di Santa Maria del Fiore

Il soggetto iconografico di questo celebre gruppo scultoreo è solitamente interpretato come una “Pietà”, ovvero il compianto sul Cristo già deposto della croce da parte di sua madre Maria e, talvolta, alcuni astanti (nella maggior parte dei casi è presente la sola Vergine, come nelle versioni michelangiolesche “della Febbre”, in San Pietro in Vaticano, e “Rondanini”, nel Castello Sforzesco a Milano). Qui Gesù è sorretto da tre personaggi che lo racchiudono in una composizione triangolare, che ha il suo vertice nella testa incappucciata di di Nicodemo (o, secondo alcuni studiosi, Giuseppe d’Arimatea); il corpo privo di vita di Cristo si accascia verso il basso, formando una serpentina dalle forti cesure: il collo e la testa si inclinano verso destra, incontrando il volto di Maria che con il braccio sinistro regge l’ascella del figlio; mentre la gamba destra di Gesù, sorretta dalla Maddalena inginocchiata lì accanto, si piega verso sinistra con un angolo acuto.

Il gruppo scultoreo non è lavorato in maniera uniforme e molte parti si presentano variamente finite – dalla sommaria sgrezzatura con la gradina alla lucidatura (Rockwell 2006) – ma in nessun luogo può dirsi del tutto terminato. Ciò, come anche la mancanza di alcune parti amputate dallo stesso Michelangelo e in parte restaurate da Tiberio Calcagni, si deve alle travagliate vicende dell’opera.

Pietà Bandini; Opera di Santa Maria del Fiore, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze
Dopo il restauro, Opera di Santa Maria del Fiore/foto Alena Fialova

 

Notizie storico artistiche

I biografi più antichi ed attendibili di Michelangelo, Giorgio Vasari (1550, 1568) e Ascanio Condivi (1553), sono concordi nel tramandare che l’artista, ormai residente stabilmente a Roma, avesse cominciato il marmo in un periodo non precisamente definito, ma presumibilmente poco prima del 1550, con l’intenzione di collocarlo sopra l’altare di una chiesa, ai piedi del quale voleva essere sepolto; e che diede i suoi stessi tratti alla figura di Nicodemo. Ancora Vasari e Condivi danno notizia che l’artista staccò alcune parti della statua (le braccia sinistre di Cristo e della Vergine, l’avambraccio destro di Cristo e il braccio destro della Maddalena, la gamba sinistra di Gesù), in un momento di sconforto e profonda frustrazione, dopo aver scoperto alcune imperfezioni nel tipo di marmo. Recentemente Wasserman (2006) ha chiarito che tale distruzione fu in realtà uno “smontaggio” con cui l’artista intendeva procedere ad un radicale cambiamento delle pose delle figure – similmente a quanto fece con la Pietà Rondanini –, salvando soltanto la parte centrale del gruppo. Ad ogni modo, l’opera così ridotta fu regalata dal Buonarroti al “servitore” Antonio che poi la cedette a Francesco Bandini; questi chiese a Michelangelo il permesso di poterla far restaurare da Tiberio Calcagni, che ricollocò i pezzi mutilati e apportò alcune modifiche, rifinendo poi in gran parte la figura della Maddalena.

La Pietà fu posizionata quindi nel giardino (la “vigna”) della villa dei Bandini a Montecavallo, a Roma, in una nicchia che probabilmente fu appositamente eretta per valorizzare la scultura. Dopo alcuni passaggi di proprietà, nel 1671 essa fu acquistata da Cosimo III de’ Medici e tre anni più tardi, non senza difficoltà nel trasporto, pervenne a Firenze via mare e poi lungo l’Arno. Benché si pensasse inizialmente di posizionare l’opera nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo, in modo da “completare” il ciclo delle sculture michelangiolesche, la Pietà fu posta nella cripta, forse in vista di una futura collocazione più prestigiosa, che però non arrivò: essa rimase lì, seminascosta, finché nel 1722 Cosimo III decise di posizionarla sopra il retro dell’altar maggiore del duomo fiorentino, a seguito della rimozione delle figure di Adamo ed Eva – scolpite da Baccio Bandinelli per la ristrutturazione cinquecentesca del coro –, adesso giudicate “sconvenienti” per la loro nudità esibita. In questa posizione la Pietà rimase sino al 1933, quando fu spostata nella cappella di Sant’Andrea del Duomo, per renderla più visibile ed esposta alla luce. Nel 1923 il generale De Marchi, Presidente del Comitato Provinciale per il monumento alla Madre Italiana, fece richiesta di trasferire la Pietà in Santa Croce, in una cappella votiva, ma l’Opera si oppose fermamente all’operazione. Nel periodo della Seconda Guerra mondiale la Pietà fu ricoverata in Duomo e al termine del conflitto fu tenuta due anni nella Galleria dell’Accademia di Firenze, per deciderne l’opportuna nuova sistemazione. Nel 1949 è poi ritornata nella sua precedente collocazione in Cattedrale, nella cappella di Sant’Andrea, sull’antico basamento, ma ruotata maggiormente verso destra rispetto a prima; nel 1981 (dopo una breve sosta nella chiesa di Santo Stefano al Ponte in occasione della mostra su Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento) la Pietà venne infine ricoverata nel Museo dell’Opera del Duomo. Fino al 2013 è stata esposta nel locale aperto nel mezzanino dell’antica scalinata; mentre nel recente ultimo allestimento è stata montata su un podio che rievoca l’altare su cui Michelangelo aveva immaginato di porla.

Lodata già dai contemporanei per le grandi dimensioni del marmo e la complessità compositiva del gruppo, la Pietà ha affascinato tutti gli studiosi, che vi hanno indagato soprattutto – essendo fuori discussione l’autografia e la cronologia di massima – il forte senso di dramma che essa emana, in relazione alle vicende umane dell’ultimo Michelangelo: in tal senso, si segnalano soprattutto gli interventi del Tolnay (1960) sul simbolismo delle figure; di Stechow (1964), circa il dubbio se il personaggio barbuto sia Nicodemo o piuttosto Giuseppe d’Arimatea; di Kristof (1989), circa la scelta di identificarsi in Nicodemo, personaggio che nel Cinquecento diede il nome alla corrente del “Nicodemiti”, un movimento di cattolici che nascostamente condividevano alcune idee riformatrici propugnate dai luterani; a questo proposito, è stata sottolineata la vicinanza, a quelle date, tra Michelangelo e Vittoria Colonna, a capo di un circolo di intellettuali favorevoli ad alcune aperture verso i protestanti (Wind 1989; Campi 1997). Più recentemente, Wasserman (2006) e soprattutto Verdon (2006) hanno sollevato l’esigenza di un atteggiamento critico più rispettoso degli intenti dell’artista e della sua autentica spiritualità, nel contesto religioso e liturgico dell’epoca. Per questa ragione, nell’attuale allestimento, nella medesima sala sono riprodotti a parete in versi di una poesia di Michelangelo pressoché coeva del gruppo scultoreo, e incentrata sul tema della morte e dell’amore per la bellezza e per l’arte.

Come tutte le opere del Buonarroti, anche il gruppo scultoreo di Firenze è stato oggetto, nel tempo, di numerosissime letture interpretative, che spaziano dalle indagini meramente tipologiche intorno all’iconografia della Pietà alle introspezioni di carattere emotivo e psicologico, le quali hanno in comune il difetto di scindere la statua dal contesto architettonico e funzionale previsto in origine. Più convincentemente, infatti, l’opera rivela i suoi autentici significati qualora si considerino insieme la destinazione immaginata dall’artista, sopra la mensa di un altare davanti al quale voleva esser sepolto, e l’autoritratto nelle sembianze di Nicodemo.

Pietà Bandini; Museo dell’Opera del Duomo, Firenze; Dopo il restauro
Opera di Santa Maria del Fiore/foto Alena Fialova

 

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