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IL DECANO DEI FOTOGRAFI DI ARCHEOLOGIA: HARRY BURTON

 

di Ronald T. Ridley

 

da The Journal of Egyptian Archaeology 9 (2013) pg. 117-129

Traduzione di Andreina Mancini (Agosto 2021)

 

Ringrazio l’amico Ron Ridley per averci consentito di tradurre e pubblicare il suo fondamentale articolo dedicato a Harry Burton. (p.p.)

 

 

Harry Burton (1879-1940) è stato il più famoso fotografo nel campo dell’archeologia egizia, ma in passato gli è stata dedicata solo un breve voce in un dizionario biografico specializzato, ed è stato oggetto di due saggi. Questo studio presenta una biografia essenziale, per documentare il suo contributo fotografico alla storia dell’archeologia egizia e per indicare dove possono essere reperite le collezioni delle sue fotografie, spesso non accreditate.

Nell’opinione pubblica due nomi rimangono indissolubilmente legati alla Tomba di Tutankhamon: Lord Carnarvon e Howard Carter. Insieme a loro, però, c’era il fotografo Henry (Harry) Burton che Charles Nims descrisse con le parole del titolo di questo articolo.1

Burton non è citato nelle fonti biografiche classiche, per esempio nel Dictionary of National Biography  o nella nuova edizione dell’Oxford, o in Who was Who in America (forse perché sebbene sia stato attivo principalmente in America era inglese di nascita), tuttavia è presente un voce nello specialistico Who was Who in Egyptology.2 Le storie dell’archeologia egizia lo ignorano, tranne per il fatto che fu ‘prestato’ a Carnarvon e a Carter  dalla spedizione del Metropolitan per documentare la tomba di Tutankhamon.3 Le memorie di egittologi contemporanei citano appena Burton, e neppure i libri su di loro ne parlano.4 Questo disinteresse sorprende, visto che l’intera testimonianza sulla scoperta della tomba di Tutankhamon è costituita dalle fotografie di Burton, eppure i libri su Tutankhamon non dicono nulla di lui.5 Nel 1976, il Metropolitan Museum, in occasione della mostra The Treasures of Tutankhamon, pubblicò una selezione di circa 100 fotografie di Burton con un breve ma esauriente paragrafo biografico6. Ci sono due importanti contributi più recenti: un breve saggio biografico di Marsha Hill,7 e un saggio di George Johnson sulle tecniche fotografiche di Burton.8

Henry (Harry) 9 Burton era nato a Stamford nel Lincolnshire il 13 settembre 1879, figlio di William Burton (1849 – 1923), un ebanista, e di Annie Hufton (1849 – 1917). Era il quinto di undici figli (otto maschi e tre femmine).10 Stamford, al confine tra il Lincolnshire e il Northamptonshire, era una città storica la cui popolazione all’epoca era di circa 8.000 abitanti.11

Poco si sa dei suoi primi anni. Data la sua origine operaia e la famiglia molto numerosa, la sua educazione avrebbe dovuto essere rudimentale, ma dato quello che gli è accaduto nell’adolescenza, sembra più probabile che, qualunque sia l’educazione ricevuta, sia stata solida, e non abbia sofferto di quella insicurezza che Howard Carter evidenziò riguardo alla sua alfabetizzazione. Verso i quattordici anni, per ragioni che rimangono oscure, fu scoperto dallo storico dell’arte del Rinascimento italiano Robert Henry Hobart Cust (1861-1940), figlio di Robert Needham Cust, orientalista, appartenente a una famiglia famosa in politica, nel giornalismo, nella storia dell’arte e nell’amministrazione dello stato (con legami con l’India). Fu portato a vivere con lui e da lui educato.

Nel 1896 si trasferirono in Italia e vissero soprattutto a Firenze, dove Burton diciassettenne faceva da segretario a Cust. Questo ambiente era un catalizzatore vitale per il giovane, per tre ragioni fondamentali: in primo luogo, Firenze era un importante centro culturale europeo e la città era affollata di personaggi famosi; quello citato in relazione a Burton è Bernard Berenson, al quale Cust lo presentò (e negli archivi fotografici della biblioteca Berenson ci sono dieci riproduzioni fotografiche di dipinti del XIV e XVI secolo opera di Burton).13 Fece così conoscenza con i circoli più elevati del mondo dell’arte.

 

Foto di H. Burton pubblicata nel libro di Robert H. Hobart Cust “GIOVANNI ANTONIO BAZZI” edito nel 1906

 

In secondo luogo, Firenze era sede della ditta Alinari, specializzata in riproduzioni fotografiche di opere d’arte. Questa divenne la passione di Burton, benché non sia chiaro quando diventò fotografo: Hill afferma che era già famoso come tale nel 1903. Dato il costo delle attrezzature fotografiche, è probabile che a Firenze fosse equipaggiato da Cust. In questo periodo il suo lavoro come fotografo d’arte è descritto così da Hill: “immagini finemente bilanciate con l’originale – fotografie isocromatiche che esprimono i corretti valori di colore relativi dei dipinti originali e foto che offrono una chiara resa dei dettagli di composizione, consistenza e fattura.”14

 

Fonte della foto

 

In terzo luogo, Burton incontrò a Firenze un milionario americano con un debole per l’egittologia, Theodore Davis (1837-1915), che, dopo aver passato l’inverno in Egitto, ogni primavera tornava a Firenze. Burton divenne uno dei protetti della famiglia Davis e viaggiò con loro.

Nel 1910, Cust tornò in Inghilterra per sposarsi, e Burton raggiunse Davis in Egitto come fotografo. Aveva trentun anni. Ci sono interessanti paralleli con Howard Carter, di cinque anni più grande: sebbene provenisse da un ceto sociale leggermente più elevato (classe media), era anche lui uno di undici figli, era cresciuto sotto  la protezione di una famiglia dell’alta borghesia (gli Amherst) ed era arrivato in Egitto a un’età ancora più giovane, diciassette anni. Entrambi erano artisti, Carter con il pennello, Burton con la macchina fotografica.

Davis stava facendo scavi in Egitto dal 1903, o meglio aveva finanziato i lavori, dopo che gli era stata assegnata un’area dal Direttore del Servizio delle Antichità, e quel lavoro era supervisionato da un archeologo. Le campagne di Davis ottennero un successo straordinario, trovando nella Valle dei Re più tombe reali in minor tempo di chiunque altro.15 Tutte queste scoperte furono subito pubblicate, ben illustrate da fotografie.16 Solo nel caso della prima, quella relativa a Tuthmosis IV, il fotografo viene identificato come Howard Carter. La tomba di Hatshepsut fu scoperta solo due settimane dopo, e poiché la documentazione riporta sei acquerelli di Carter, è ovviamente lui  il fotografo anche qui. In altri casi, viene nominato solo l’artista autore dei disegni o degli acquerelli: E. Harold Jones (Siptah), Lancelot Crane (Horemheb). Quando l’ultima tomba fu ripubblicata da Erik Hornung nel 1972, si fece naturalmente riferimento al lavoro precedente di Davis, nominando tutta la sua squadra, incluso l’artista Crane, tranne il fotografo. Sono state riprodotte due delle tavole originali (tav. 12a e b di Hornung = tav. 24 e 62 di Davis) ed è stata notata la serie con il paesaggio circostante.17 Queste tavole di Horemheb sono opera inconfondibile di Burton.18

Grazie alle esplorazioni di Davis, il 21 dicembre 1907, fu scoperta anche la fossa (KV 54) contenente i materiali dell’imbalsamazione di Tutankhamon, che lo stesso Davis com’è noto non apprezzò e che donò al Metropolitan Museum. Qui Winlock li riconobbe per quello che erano e li pubblicò nel 1941. Questo studio è stato ripubblicato, a cura di Dorothea Arnold, con sei foto di Burton, tra cui l’ingresso alla valle, la fossa nel 1909 e la supervisione di Davis nel 1909-10. Arthur Mace registrò che  fu grazie ai ‘buoni uffici’ di Burton che questo materiale fu dato da Davis a Winlock.19

 

Harry Burton, con la sua Sinclair Camera e l’assistente egiziano, nel 1923 (elab.  foto Paolo Pianigiani)

 

Burton non è stato impiegato da Davis solo per il suo talento fotografico, ma anche come supervisore. Ad Ayrton seguì Jones (1908-11), poi Burton (1912-15). Gli ultimi due tennero un diario giornaliero, che è conservato nel Dipartimento Egizio del Metropolitan Museum. Durante il mandato di Burton furono eseguiti dei lavori su KV 3 (un figlio di Ramses III?), 47 (Siptah) e 7 (Ramses II).20 Il primo fu svuotato da Burton nel 1912; il secondo era stato scoperto da Ayrton nel 1905, e Burton continuò a  svuotarlo nel febbraio 1912. Burton continuò a ripulire nel febbraio 1912; del terzo, nel 1913-14 Burton liberò l’ingresso, che era pieno di detriti, ma lui e i suoi reis raggiunsero carponi la prima camera 200 piedi più sotto. Del lavoro sulla tomba di Siptah Burton ha lasciato il suo resoconto pubblicato21. Ayrton aveva sgomberato il vestibolo, ma poi aveva abbandonato il lavoro a causa del cattivo stato della roccia e dell’incredibile durezza dei detriti. Davis e Burton decisero di continuare, e lavorarono nel febbraio – marzo 1912, nel dicembre 1912 – inizio 1913, raggiungendo la camera funeraria il 2 gennaio, e trovando il magnifico sarcofago di granito rosa, sul quale fu rimesso il coperchio. L’articolo è illustrato da sette tavole di Burton.

Burton lavorò anche con Davis a Medinet Habu, il tempio funerario di Ramses III.22 La campagna di scavi, suggerita da Gaston Maspero, iniziò nel gennaio 1913, ma la fine non è datata. Era concentrata sulle strutture tra il lato meridionale del tempio e il muro di cinta. I reperti comprendevano tre pedane del trono, un certo numero di bagni e un certo numero di finestre in arenaria. Burton azzardò un’interpretazione secondo la quale ciò che era stato trovato erano due sale cerimoniali, una con due troni, l’altra con uno. L’articolo è illustrato con nove foto di Burton. Ugo Hölscher, che analizzò in seguito questi scavi in una pubblicazione uscita a Chicago, descrisse questi lavori in termini molto critici.23

John Romer aveva un particolare interesse per la Davis’ House nella Valle occidentale, il quartier generale di questi scavi, che in seguito utilizzò come propria base. La sua risistemazione ha permesso di ritrovare dei dettagli dell’epoca di Burton:

Nella valle occidentale Burton aveva trasformato un edificio in una casa. In una delle piccole camere da letto aveva attaccato delle foto alle pareti: fotografie scattate alla Grande Sfinge presso le piramidi di Giza, apparse sull’Illustrated London News, e altre di case di campagna immerse nel verde paesaggio inglese… Piccoli motti incorniciati erano appesi in casa, ottimi consigli archeologici come ‘Il tipo che corre molto in giro non è uno che va avanti’. Aveva anche cibo e attrezzature fotografiche inviate per ferrovia dal Cairo, tutte le necessità della vita di una spedizione e anche piuttosto raffinate. Carni in scatola e salsicce di Oxford dall’Inghilterra, acqua minerale francese, birre tedesche e anche, sembra, del Sanatogen e del bicarbonato di sodio.24

 

Herbert Winlock

 

Per motivi di salute, nel 1914 Davis rinunciò al suo permesso. Nell’agosto di quell’anno Burton fu immediatamente impiegato, su raccomandazione di Davis, dalla spedizione egiziana del Metropolitan Museum, sotto Albert Lythgoe e Herbert Winlock. Mantenne questo incarico per ventisei anni fino alla morte. Divenne il più importante fotografo non americano, per le istituzioni americane, dei monumenti del Nuovo Regno, insieme all’americano più importante, Charles Nims.25

Con la prospettiva di un impiego più stabile, Burton si sposò il 18 luglio 1914 nell’ufficio di stato civile di Chelsea, a Londra. Burton, trentaquattro anni, professione indicata archeologo, sposò Minnie Catherine Young, già Duckett (1875-1957), di 36 anni.26 Era stata precedentemente sposata con Alexander Young, dal quale aveva divorziato. Suo padre era William Morton Duckett, che era uno dei testimoni; era un colonnello in pensione dei Royal Scots Fusiliers. Il padre di Burton, William, è stato descritto come ‘di mezzi indipendenti’. L’indirizzo dato per Burton (5 Redesdale St, Chelsea) era a due passi da quello di Minnie. Da allora in poi, tuttavia, la loro casa sarebbe stata a Firenze.27

La principale fonte di lavoro di Burton nei venticinque anni successivi è il Bulletin of the Metropolitan Museum of Art, con il suo resoconto quasi annuale sulla spedizione egiziana, come supplemento, di solito in novembre o dicembre. La campagna di scavi americana iniziò nel 1906 con due concessioni: le piramidi di Lisht e Tebe intorno a Deir el Bahri e dai lavori di scavo ai due templi. Le fotografie di Burton non sono sempre riconosciute.

Herbert Winlock (1884-1950) lavorò a Deir el Bahri per dieci anni. Scoprì tra l’altro le tombe delle mogli di Mentuhotep (1920), la tomba di Meketre, con modelli di vita quotidiana (1921), i corpi dei soldati dello stesso re, la tomba dell’architetto di Hatshepsut, Senenmut (1926 ), e la tomba della regina Meryet-Amun (1929). Tutto questo è stato documentato da Burton. Winlock pubblicò una monografia che raccoglieva i suoi resoconti nel bollettino del museo e che comprendeva novantasei tavole di Burton, che erano solo la metà del numero che era apparso negli articoli originali del Bollettino.28

Nel caso della tomba di Meketre, scoperta nel febbraio 1921, il ruolo di Burton fu significativo. Gli archeologi se n’erano andati tutti, lasciando alcuni operai a sistemare. Quando Winlock raggiunse il cantiere degli scavi, trovò un pezzo di carta con una nota scarabocchiata in fretta da Burton: “Vieni subito e porta la tua torcia elettrica. Un po’ di fortuna finalmente”. Winlock ammise che tornando alla tomba lui e i suoi colleghi preparavano commenti sarcastici. Quando guardarono nella fessura del pavimento, tuttavia, c’era un mondo egiziano di quattro millenni fa in un microcosmo. Burton in seguito spiegò a Winlock che scendendo dalla montagna dove era stato a scattare fotografie, aveva chiamato dentro la tomba, dove uno degli operai gli aveva detto che i detriti che stava cercando di rimuovere dal corridoio continuavano a gocciolare, rivelando una cavità. La  pubblicazione speciale di Winlock29 comprende più di cento foto di Burton (tav. 1-53). Il lavoro lo impegnò per tre giorni. Winlock realizzò anche una pubblicazione speciale sui soldati uccisi di Mentuhotep (scoperti nel marzo 1926, sebbene la tomba fosse stata scoperta nel 1923),30 con venti tavole, tutte di Burton tranne una. La tomba di Meryet-Amon, scoperta in una piccola valle a nord del tempio di Hatshepsut il 23 febbraio 1929, fu pubblicata separatamente nel 1932, con 86 tavole di Burton.31 Nel 1916 i ladri scoprirono la tomba di tre regine minori di Tuthmosis III nel “Cimitero delle scimmie”, i cui reperti ora si trovano per la maggior parte al Metropolitan Museum. Winlock li pubblicò nel 1948; le tavole sembrano per lo più fatte nel museo, solo le prime due mostrano la posizione della tomba fatte forse da Burton.32  Nel 1979, per il Metropolitan, Dieter Arnold pubblicò il tempio di Mentuhotep dagli appunti di Winlock. Questo volume comprende circa 120 foto di Burton, che però è nominato solo come membro della squadra che aveva lavorato al tempio per l’intera durata della campagna di scavi. (1921-31).33

Nell’altra importante concessione, le piramidi della XII dinastia a Lisht, dove il lavoro era intermittente tra il 1906 e il 1934,  il lavoro di Burton è meno frequentemente riconosciuto. Nel 1933 fu coinvolto nel ‘finale fotografico’ dell’opera, la mastaba di Senwosret-ankh e il suo contenuto, nelle ultime sei settimane di marzo-aprile. Questo produsse trentuno foto. Fu anche a Lisht per l’ultima stagione, (1933-4).34 Lisht fu poi sostituita da una concessione a Hierakonpolis, dove Burton ‘scattò molte foto degli scavi’.35

Durante la prima guerra mondiale, Burton si offrì volontario e si occupò di lavori bellici al Cairo (1916-18). Dopo la guerra, lavorò in particolare con Norman de Garis Davies (1865-1941). La magnifica serie commemorativa dedicata alla memoria del giovane archeologo Robb de Peyster Tytus (1878-1913) fu pubblicata dal Metropolitan Museum tra il 1917 e il 1927, pubblicando TT 52, TT 39, TT 181, TT 51 e TT 217. I disegni a colori della serie erano di Nina de Garis Davies, Lancelot Crane, Francis Unwin, H. Hopwood, Charles Wilkinson e Norman Hardy, e venivano sempre nominati. Le fotografie di Burton sono state citate solo nei primi tre volumi. La tomba di Nakht era la più straordinaria; le scene nelle altre tombe erano spesso gravemente danneggiate. C’erano i paesaggi caratteristici, scatti generali degli interni e singole scene e oggetti. Le immagini degli affreschi, perfettamente esposte per fornire suggestivi contrasti, sono uno splendido complemento agli acquerelli.36

Burton lavorò anche con Davies a Hibis nell’oasi di el-Kharga, (1919-39), e questo ebbe come risultato tre ricche pubblicazioni.37 Qui i lavori erano iniziati nel 1909 e i primi fotografi furono Friedrich Koch e Ambrose Lansing. Nel primo volume Winlock affermava che venticinque foto su cinquantadue erano di Burton, il resto (salvo oggetti da museo) erano sue: purtroppo non sono identificate con le iniziali.

Nei monasteri del Wadi Natrun, l’architetto inglese William Palmer-Jones aveva iniziato a scattare foto nel 1909-11. I lavori ripresero con Hugh Evelyn-White nel 1920-1. Nel terzo volume della pubblicazione, Burton fu indicato come autore della maggior parte delle fotografie, che erano state realizzate ‘fra le massime difficoltà’. Continuò  precisando che ‘molti degli originali erano di difficile accesso e, essendo in semioscurità, potevano essere fotografati solo con luce riflessa’. Le foto sono 146, e ancora purtroppo i due fotografi non si distinguono.38

Un altro progetto di Davies è deludente per quanto riguarda Burton. I cinque volumi della Theban Tomb Series (1915-33)39 contengono pochissime fotografie, malgrado Burton stesse documentando in particolare le tombe tebane. Nei volumi 1 e 3 sono attribuite a Ernest Mackay, nel secondo volume non c’è nessun credito, ma nella quinta ci sono tre fotografie e sono state scattate espressamente da Burton.

Nel 1921 Burton fu prestato al Servizio Antichità per iniziare a fotografare la tomba di Seti  I (KV17). La tomba aveva già subito danni strutturali e il deterioramento era continuato dopo gli anni ‘20, quindi le fotografie di Burton sono una testimonianza vitale. Quasi duecento di queste immagini in bianco e nero sono state pubblicate nel 1991 da Erik Hornung.40

Degli scavi a Tebe, sponsorizzati dal filantropo inglese Robert Mond (1867-1938 ) e pubblicati dall’Egypt Exploration Society, iniziarono nel 1924 con una delle tombe più spettacolari, quella del visir Ramose (TT 55). Davies ha sottolineato il ‘prezioso contributo di Burton al nostro lavoro grazie agli scatti alle scene sepolcrali più adatte ad essere fotografate’.41 Il volume di Davies The Tomb of the Vizier Ramose non apparve che nel 1941, ‘la pubblicazione più sontuosa di una singola tomba mai apparsa sotto il nome della Società’, con bellissime fotografie di Burton42. La maggior parte delle illustrazioni erano acquerelli di Nina de Garis Davies, tutti contrassegnati dalle sue iniziali. Le fotografie di Burton sono le tavole 46-55, citate nell’elenco delle illustrazioni. Ha abilmente illuminato i preziosi rilievi con luce radente in modo da far risaltare ogni dettaglio.

Nel 1933 Davies pubblicò la tomba di Neferhotep (TT 49), alla quale aveva lavorato dal 1920, con cinque tavole di Burton43. La precedente tomba di Kenamun (TT 93), pubblicata nel 1930, è fornita principalmente di piante e copie di rilievi, ma ci sono sedici foto in bianco e nero, non attribuite.

L’ultima delle tombe registrate da Davies per il Metropolitan fu quella famosa di Rekhmire, visir di Amenhotep II (TT100), pubblicata nel 1943. La maggior parte delle tavole sono schizzi ma ci sono sette foto riconosciute di Burton. Non c’è nessun’altra nota su di lui. Nel 1928 Davies era stato più collaborativo: ‘Trasferendo metà del lavoro al signor Burton e alla sua macchina fotografica, e continuando il nostro metodo di inchiostrazione delle fotografie ingrandite, spero di fare rapidi progressi in questo lavoro.’44

Spesso l’unica cosa nota su Burton è che ha ricevuto la fatidica chiamata a documentare la tomba di Tutankhamon.45 La fonte originale è il racconto dello stesso Carter: “La necessità primaria e urgente era fotografare, perchè non si poteva toccare nulla fino a quando non fosse stata realizzata una documentazione fotografica completa, un compito che richiedeva abilità tecniche di prim’ordine”. Poi arrivò un telegramma di congratulazioni da Albert Lythgoe dai vicini scavi del Metropolitan Museum:

Nella mia risposta chiesi con un po’ di diffidenza se sarebbe stato possibile – in ogni caso per l’emergenza immediata – assicurarsi l’assistenza del signor Harry Burton, il loro esperto di fotografia. Rispose prontamente e il suo telegramma dovrebbe essere registrato come un esempio di cooperazione scientifica disinteressata: Semplicemente troppo lieto di aiutare in ogni modo possibile. Chiamate pure Burton e qualunque altro membro della nostra squadra.’46

 

Lord Carnarvon in un momento di relax

 

Questo non riesce, tuttavia, a rivelare le ragioni vitali e più drammatiche dietro la richiesta di aiuto. Diventa chiaro solo col resoconto del Times, il giornale a cui Carnarvon aveva dato il diritto esclusivo di pubblicare l’intero resoconto dello sgombero della tomba:

Purtroppo Lord Carnarvon non è stato in grado di ottenere fotografie dell’interno della camera esterna. Sono stati fatti dei tentativi per fotografare i principali oggetti di interesse nella camera esterna, ma sono completamente falliti. Le fotografie sono state scattate con il flash, ma i risultati sono stati totalmente deludenti. Ad esempio, spiegò Lord Carnarvon, era impossibile distinguere tra le statue di ebano del re Tutankhamon e le ombre scure che venivano proiettate sul muro. Le lastre erano inutili.47

 

 

Carnarvon era un fotografo che aveva già pubblicato e Carter aveva realizzato le riprese fotografiche di alcuni scavi di Davis. Il giornale continuava segnalando che la luce elettrica era in fase di installazione. Carter scrisse che due comuni lampade elettriche mobili davano un’incredibile potenza di 3000 candele. Anche così, le esposizioni erano lente, ma il vantaggio era una bella luce uniforme. Il flash al magnesio era molto pericoloso, e il fumo impiegava molto tempo a dissiparsi. L’alternativa era la luce solare riflessa, ottenuta con l’uso degli specchi.

Ogni fotografo ha bisogno di una camera oscura. Per Burton in questo caso  era la KV55, la cosiddetta tomba della Regina Tiye, scoperta da Davis nel 1907. Burton scattava foto con esposizioni sperimentali e poi correva alla camera oscura per controllare il risultato. Carter notò il lato comico:

Queste sue periodiche corse da una tomba all’altra devono essere state una manna dal cielo per la folla di visitatori curiosi che facevano la guardia sopra alla tomba, perché per molti giorni durante l’inverno questo era il loro unico passatempo.48

Anche Carter da allora in poi cita raramente Burton. La sua annotazione abituale fu che venivano fatte ‘registrazioni fotografiche dettagliate’. Viene specificato che Burton è presente al sollevamento del coperchio del sarcofago il 12 febbraio 1924, e che ha fotografato il sudario e le ghirlande del secondo sarcofago il 17 ottobre ed è presente all’apertura della mummia l’11 novembre.49 Nella prefazione al medesimo volume, Carter descrisse le fotografie di Burton come ‘di eccezionale bellezza e di grande valore archeologico’. Carter inoltre rese omaggio a  Burton nel maggio 1923, alla fine della prima stagione: scrivendo a Albert Lythgoe, disse che aveva completato il lavoro

in un modo splendido e ammirevole. In effetti non so come lodare il suo lavoro a sufficienza. Aveva un compito colossale che ha condotto a termine nella maniera più efficace possibile, e vorrei trasmettere per Suo tramite la mia più sincera gratitudine alla Sua Amministrazione e al Direttore per il suo aiuto.50

Dopo il suo ‘prestito’, Burton praticamente scompare quasi del tutto dai  resoconti del Times. Carter, Callender, Lucas e Mace sono spesso citati, e Carnarvon fino alla morte, ma Burton no. Una rara eccezione è il resoconto degli scavi il 13 dicembre 1923. L’angolo della vallata era molto indaffarato: Mace nel laboratorio, con il chimico Alexander Scott e Lucas all’esterno, e Richard Bethell che metteva insieme i frammenti. ‘Inoltre c’è il signor Burton, che va su e giù con una macchina fotografica, cercando la luce migliore per fotografare questo o quello degli oggetti più belli’.51 Il 5 febbraio 1924, dopo che la camera sepolcrale era stata aperta e i ripari d’oro smantellati, rivelando il sarcofago, il giornale riferì:

La maggior parte della mattinata fu impegnata a fotografare il sarcofago da varie angolature. Furono sperimentate non poche difficoltà nel maneggiare la macchina fotografica, perchè malgrado il sarcofago in sè sia libero, le pareti della camera sepolcrale sono ancora ingombre di pezzi dei quattro ripari d’oro.52

La mancata identificazione di chi maneggiava la macchina fotografica è singolare. Un po’ di più è riferito da altri giornali, che dovevano ricevere le loro notizie attraverso il Times. Nel gennaio 1923 il Manchester Guardian riferì sullo sgombero dell’Anticamera. Fra l’altro si parlava del famoso ‘manichino’, noto a causa della foto che mostrava Carter mentre lo portava via dalla tomba. Burton, ‘un membro entusiasta della squadra,’ avanzò l’opinione che Tutankhamon fosse un ‘uomo alla moda’, ed era scrupolosamente preciso nel vestire e nell’appendere i propri indumenti.53 Questo commento non è forse così inventato come sembra, data la precisione nell’abbigliamento di Burton stesso.

 

Harry Burton, foto elaborata da Paolo Pianigiani

 

Un’altra fonte di potenziale grande valore è il diario della moglie di Burton, Minnie, ora di proprietà privata. Questo copre gli anni 1922-6. È essenzialmente, tuttavia, un diario sociale, che conferma la sua reputazione di snobismo e non dice praticamente nulla delle attività professionali di Burton.54

Il lavoro di Burton alla tomba terminò virtualmente nel 1927, secondo James, e tornò a lavorare per il Metropolitan a Deir el Bahri.55 Carter, tuttavia, ancora nel 1932 ringraziava Burton per le sue ‘incessanti fatiche’56 che continuarono fino allo sgombero finale in quell’anno. Questo è confermato da Ambrose Lansing.57 In questo decennio, la sua vita fu a dir poco frenetica. Winlock, già nel 1923, descriveva le sue giornate:

ogni volta che poteva, Burton coglieva l’occasione per aiutarci per le nostre fotografie; lavorando la mattina presto e la sera tardi [a Deir el Bahri] per fare in modo che tutto scorresse nel migliore dei modi per noi, nel mezzo del suo arduo compito di fotografare per Lord Carnarvon e Mr Carter.58

Quando nel 1925 il lavoro cessò per la stagione su Tutankhamon, come Winlock notò, Burton potè fotografare ‘l’ammasso di antichità’ degli americani.59 Per le stagioni 1925-7, Winlock dichiarò che ‘in entrambe le stagioni gran parte del lavoro di Burton è stato, come al solito, insieme a Carter nella tomba di Tutankhamon e sui reperti del museo delle tombe tebane, ma nonostante ciò ha trovato il tempo per fare anche tutte le fotografie necessarie per i nostri scavi’.60 Le ultime note di Burton sul Bulletin lo vedono lavorare nel 1936 con Davies mentre copiava e fotografava le tombe tebane, e quando fu trovata la tomba dei genitori di Senmut lo registrò. Bare, scatole e cesti furono aperti nel laboratorio ‘sotto l’occhio vigile e infallibile della macchina fotografica di Burton’. Nel 1938-9 fotografò ‘completamente’ la tomba di Duauneheh.61

Nel 1963 il Griffith Institute iniziò a pubblicare monografie specializzate sulla tomba: la serie sulla tomba di Tutankhamon. Queste contengono centinaia di fotografie originali di Burton di oggetti provenienti dalla tomba. Seguendo l’elenco degli oggetti (n.1) e le iscrizioni ieratiche (n.2), nel 1970 Wallace McLeod pubblicò Composite Bows (n. 3), che contiene tredici tavole di Burton; lo stesso autore pubblicò anche Self Bows and Other Archery Tackle (n. 4) nel 1982, con ventisei sue tavole. Filce Leek nel 1972 pubblicò Human Remains (n.5), con trentacinque tavole di Burton. Lisa Manniche è stata l’autrice di Musical Instruments (n. 6) nel 1976, con otto sue tavole. John Tait ha pubblicato Game Boxes and Accessories (n. 7) nel 1982, con tredici tavole di Burton. Nel 1985 M.Littauer e J. Crouwel furono gli autori di Chariots and Related Equipment (n. 8) con ottantatré delle sue tavole. Dilwyn Jones ha pubblicato Model Boats (n.9) nel 1990, con ventidue tavole di Burton.

Il Metropolitan Museum stava eseguendo scavi nel sito delle piramidi del Medio Regno Lisht dal 1908, prima con Albert Lythgoe (fino al 1914) e poi con Ambrose Lansing (fino al 1934). Burton si unì alla squadra come fotografo dal 1931 al 1934. La piramide di Senwosret I fu finalmente pubblicata nel 1988, con settantadue belle tavole. Il retro del frontespizio identifica come fotografi Dieter Arnold, Burton, Christian Holzl e John Rutherford. I tre nomi, a parte Burton, erano membri della squadra per la ripresa degli scavi (1984-7). Le lastre purtroppo non identificano in alcun modo i vari fotografi, ad eccezione di alcune risalenti agli anni ‘30.62

Dal 1937 la salute di Burton decadde. I.E.S. Edwards desiderava fargli visita a Tebe nel marzo 1938 ma lo trovò malato, tuttavia un mese dopo era a Londra, in visita al British Museum con Percy Newberry. Edwards lo accompagnò in giro e notò la sua affabilità.63 Carter, che sarebbe morto nel 1939, aveva nominato due esecutori testamentari delle sue volontà: Burton e Bruce Ingram, editore dell’Illustrated London News.64 Burton morì ad Asyut nell’ospedale della Missione americana il 27 giugno 1940, ed è sepolto nel cimitero americano. Il suo certificato di morte fornisce il luogo della morte, la sua età, il suo luogo di residenza (Luxor) e la fonte (l’agente consolare britannico ad Asyut), e questo è tutto: niente sulla causa della morte (diabete) o sul fatto che era sposato. Nessun necrologio è apparso sul Times, sul New York Times, sul Journal of  Egyptian Archeology o sugli Annales du Service, nonostante fosse morto in Egitto e il volume del 1940 fosse un numero eccezionale di oltre mille pagine. Una breve nota di Albert Lythgoe apparve nel Bulletin of the Metropolitan Museum, e un’altra di Jean Capart in Chronique d’Egypte.65

 

 

Le fotografie di Burton sono notevoli per la loro qualità, soprattutto in considerazione delle condizioni avverse in cui sono state realizzate. Marsha Hill ha riassunto sapientemente le caratteristiche del suo lavoro:

mancanza di distorsioni, dettagli accurati, notevole uniformità della luce, che rivelano il soggetto e donano alle fotografie un fascino estetico indipendente dal soggetto, e una completezza avvincente.66

Un breve resoconto del suo lavoro è dato dallo stesso Burton, pubblicato sia sul Times che sul New York Times nel febbraio 1923.67 La versione del giornale londinese è stata però ampiamente modificata, omettendo alcuni degli argomenti più rivelatori. Illustrava la sua estrema modestia e concretezza: ‘Alcune note… potrebbero essere interessanti’. Vedute generali del sito erano importanti (infatti sono un tratto distintivo del suo lavoro). Fotografare all’aria aperta era semplice: ‘scegliere il momento giusto in cui la luce darà i migliori risultati’. All’interno delle tombe, invece, ‘la luce è il più delle volte praticamente zero.’ C’erano flashes (al magnesio), ma il fumo impiegava lungo tempo per diradarsi. L’illuminazione preferita di Burton era la luce solare riflessa nella tomba (a volte a una distanza di cento piedi) tramite specchi. Nella tomba era catturata da riflettori, che venivano tenuti costantemente in movimento per disperdere la luce sul soggetto in modo uniforme.

 

 

Un aspetto divertente era la necessità di mantenere l’assistente egiziano all’ingresso della tomba concentrato sul suo lavoro, in modo che la luce non cadesse dal riflettore. Burton era molto contento che la tomba di Tutankhamon fosse illuminata dall’elettricità: due lampade, una (fissa) da 2.000 watt, l’altra (portatile) da 1.000. Quando si trovava una tomba sigillata, la prima cosa da fare era fotografare i sigilli, in duplice copia, perché quando il muro è rimosso la fotografia rimane l’unica prova. Una volta all’interno della tomba, nulla deve essere toccato fino a quando non viene fotografato. Potrebbe essere necessario fotografare un singolo oggetto una dozzina di volte per registrarne la rimozione e l’apertura. In un precedente lavoro a Tebe, Burton aveva ricordato le bare della diciassettesima dinastia che diventavano polvere appena toccate, perché erano infestate da formiche bianche; le fotografie furono l’unica traccia rimasta. Burton poi sollevò il problema della fotografia a colori, e della difficoltà di distinguere i due colori dominanti nell’Anticamera, il nero e l’oro. Qui servivano lastre pancromatiche. Queste richiedevano una vera camera oscura, che fu realizzata appendendo dei teli neri in due punti nel corridoio d’ingresso di KV 55. Il fatto più notevole che Burton ha rivelato è che lavorava nella completa oscurità. Per calcolare i tempi dello sviluppo delle lastre, quindi, mise all’ingresso della tomba un assistente egiziano con il proprio orologio, per scandire ad alta voce i minuti che passavano. Winlock rivelò altre tecniche usate da Burton. Riuscì a mettere la pellicola nella fotocamera ‘dentro e fuori’ per invertire l’immagine. E quando dal 1927-8 cominciarono ad apparire le numerose statue di Hatshepsut distrutte da Tuthmosis III e sepolte nella ‘cava’ di fronte al suo tempio, Winlock intraprese un lavoro esemplare non solo nel ricostruirle, ma anche perlustrando musei alla ricerca di frammenti raccolti in precedenza. Qui la fotografia ‘col trucco’ di Burton è stata cruciale, posizionando e riducendo le foto in modo che corrispondessero alle parti di quei musei, per vedere se i nuovi frammenti si adattavano, come spesso accadeva.68

L’articolo di George Johnson fornisce altri dettagli tecnici.69 Descrive la grande macchina fotografica con la visualizzazione della lastra che Burton usava, ancora nella memoria vivente delle persone anziane, su un grande treppiede di legno, con il cameraman sotto un grande cappuccio nero. Le lastre erano in gelatina d’argento. Burton preferiva quelle che misuravano 18 X 24 cm. Dal 1920 erano disponibili tavole pancromatiche migliori. La messa a fuoco, l’esposizione e l’apertura dovevano essere impostate dal fotografo. Poi venne lo sviluppo della lastra, durante la quale Burton poteva fare i suoi primi aggiustamenti all’esposizione, aumentandola o (preferibilmente) diminuendola. L’ ‘intensificazione del punto’ era eseguita tamponando le aree della lastra con lo sviluppatore. La lastra veniva poi stampata a contatto su carta, che era sviluppata allo stesso modo del negativo. Anche in questo caso, l’aggiustamento era possibile per l’esperto. La composizione veniva adattata ritagliandola. L’esposizione veniva ridotta mediante ‘mascheratura’ (coprendo le aree in cui il contrasto non doveva essere diluito). Johnson ha anche sollevato e risposto a un’altra domanda affascinante: come ha fatto Burton a fotografare oggetti come la maschera mortuaria d’oro senza riflessi? La fotografia è stata scattata dopo che l’oggetto era stato leggermente rivestito con cera di paraffina per la conservazione.70

 

 

Dai primi anni ‘20 Burton iniziò anche a usare lastre a colori, chiamate autocromia. L’Illustrated London News iniziò a pubblicare le sue fotografie a colori della tomba di Tutankhamon il 10 novembre 1923.

E’ difficile trovare immagini del fotografo stesso mentre lavora. Si è servito di due assistenti locali e spesso ha lavorato da una piattaforma elevata.71 Marsha Hill lo ha descritto come ‘snello, piuttosto bello e ben vestito. Un uomo abbastanza tranquillo ma molto gentile e amabile’ che ‘possedeva anche uno spirito asciutto e un buon senso diretto che fece sì che Winlock si affidasse ai suoi consigli’72. Jean Capart scrisse della sua modestia, squisita urbanità, fascino e piacere di conoscerlo.73 La descrizione di Hill del suo aspetto è confermata dalle poche foto rimaste. Burton ordinava gli abiti da sarti britannici con filiali al Cairo, che venivano spediti a Sua Eccellenza Burton, Tombe dei Re, Luxor.74

L’eredità di Burton è enorme. Fece 7.500 negativi degli scavi per il Metropolitan Museum, 3.345 nella serie tebana di monumenti e tombe, 1.400 degli scavi di Tutankhamon (un gruppo è a New York al museo, e uno a Oxford al Griffith Institute, non interamente duplicati), e 600 di antichità egizie al Cairo e in Italia. Tra il 1910 e il 1940 Burton registrò oltre novanta tombe tebane.75 Ciò che lascia la più grande impressione, tuttavia, non è semplicemente la sua visione di questo antico passato, principalmente il mondo del Nuovo Regno intorno a Tebe, e il suo lavoro nella tomba di Tutankhamon, così memorabile. È anche la sua testimonianza imperitura della scoperta di quel Nuovo Regno in una delle grandi età dell’archeologia egizia.

 


 

Note

 

1) C. Nims, Thebes of the Pharaons (London, 1965), 58.

2) W. Dawson, E. Uphill e M. Bierbrier, Who was Who in Egyptology (terza edizione rivista; London, 1995), 75-6. Burton non compare in D. Bank e A. Esposito (a cura di), British Biographical index (London, 1990), e Index bio-bibliographicus Notorum Hominum (Osnabruck, 1973-), XXII, 16319, cita solo Dawson et al., Who was Who in Egyptology.

3) J. Baikie, A Century of Excavation (New York, 1923); J. Wilson, Signs and Wonders upon Pharaoh (Chicago, 1964), 164, 216; L. Greener, The Discovery of Egipt (London, 1965); F. Bratton, History of Egyptian Archaeology (London, 1967), 161; R. Fagan, The Rape of the Nile (London, 1975).

4) J. Smith,  Temples, Tombs and Ancient Art (Norman, 1956); A.H. Gardiner, My Working Years (London, 1962); C. Breasted, Pioneer to the Past (New York, 1943), 335; M. Drower, Flinders Petrie (London, 1985); J. Hankey, A Passion for Egypt: A Biography of Arthur Weigall (London, 2001).

5) C. Desroches-Noblecourt, Tutankhamun (London, 1963); I. E. S. Edwards, Tutankhamon, his Tomb and its Treasures (New York, 1977), con oltre 100 foto in bianco e nero di Burton; N. Reeves, The Complete Tutankhamun (London, 1990), 57 ha una citazione di 78 parole; S. Allen, Tutankhamun’s Tomb (New York, 2006), con 78 delle migliori foto di Burton in seppia.

6) P. Cone (a cura di), Wonderful Things. The Discovery of Tutankhamon’s Tomb (New York, 1976).

7) M. Hill, ‘The Life and Work of Harry Burton’, in E. Hornung, The Tomb of Pharaoh Seti I (Zurich, 1991), 27-30.

8) G. Johnson, ‘Painting with Light’, KMT 8/2 (1997 ), 58-77, che comprende anche una breve versione del saggio di Hill. T. G. H. James, Egypt Revealed (London, 1997), ha un capitolo intitolato “What about the Camera?” che ignora Burton, che compare solo in una didascalia a p. 201. Le altre pubblicazioni di James mostrano tuttavia che aveva ben compreso l’importanza di Burton (vedi sotto).

9) È registrato sui suoi certificati di nascita, matrimonio e morte come ‘Harry’, quindi tutti lo conoscevano come Harry, ma si firmava ‘Henry’ nei suoi due articoli in BMMA (vedi nn. 21-2).

10) Dawson et al., Who was Who in Egyptology; Hill, in Hornung, Tomb of Seti I. Un sentito ringraziamento va anche a Marsha Hill del Metropolitan Museum, che ha fornito tutti i documenti che aveva raccolto sulla nascita e sulla storia familiare di Burton. W. Dawson e E. Uphill, Who Was Who in Egyptology (2a edizione; Londra, 1972), 48, chiama erroneamente Burton American.

11) H. Chisholm e F.H. Cooper (a cura di), Encyclopedia Britannica (undicesima edizione; London, 1910), XXV, 769-70.

12) R.H.H. Cust è stato l’autore di The Pavement Masters of Siena (Londra, 1901), Giovanni Antonio Bazzi (London, 1906), Botticelli (London, 1908), Leonardo da Vinci (London, 1908) e The Life of Benvenuto Cellini: a New Version (London, 1910).

13) Berenson ha lasciato copiosi diari e corrispondenza. Nei quali e nei numerosi libri su di lui, non sono riuscito a trovare alcuna traccia di Burton. Ringrazio Giovanni Pagliarulo per aver segnalato le fotografie di Burton nell’archivio di Berenson.

14) Hill, in Hornung, Tomb of Seti I, 28.

15) Tuthmosis IV (KV 43) il 18 gennaio 1903, sotto la supervisione di Howard Carter; Hatshepsut (KV 20) ritrovata il 2 febbraio 1903 (era nota alla spedizione napoleonica), supervisionata anche da Howard Carter; Yuya e Thuya, i genitori della regina Tiyc (KV 46) il 6 febbraio 1905, sotto la supervisione di James Quibell, poi Arthur Weigall; Siptah (KV 47) il 18 dicembre 1905, sotto la supervisione di Edward Ayrton; la cosiddetta ‘tomba della regina Tiye’ (KV 55) il 6 gennaio 1907, sotto la supervisione di Ayrton; e Horemheb (KV 57) il 25 febbraio 1908, sotto la supervisione anche di Ayrton.

16) Johnson, KMT 8, 59 ha affermato che le foto di Hatshepsut e Yuya e Thuya non hanno significativamente illustrazioni dell’interno delle tombe [caratteristica di Burton]. C’è, tuttavia, tav.9 in Hatshepsut. Reeves, Complete Tutakhamon, 37 anni, ha affermato che l’impiego della fotografia da parte di Davis era ‘quasi inesistente’.

17) E. Hornung, Das Grab des Horemhab im Tal der Könige (Berna, 1972), 9. Hornung non ha commesso lo stesso errore con la sua ripubblicazione della tomba di Seti nel 1991.

18) J. Romer, The Valley of the Kings (London, 1981), 230; N. Reeves, Valley of the Kings (London, 1990), 88; Johnson, KMT 8, 59, e id., ‘The Real Tomb of Horemhab’, Amarna Letters 4 (2000), 121-59; le fotografie di Burton sono riprodotte alle pagg. 126-131.

19) H. Winlock, Materials used at the Embalming ok King Tutankhamun (New York, 1941), ristampato, D. Arnold (a cura di), Tutankhamun’s Funeral (New York, 2010) ); per le tavole di Burton, vedere 10, 12, 20, 22, 25, 64. A. Mace, ‘Egyptian Expedition 1922-3’, BMMA 18 (1923), 6.

20) Reeves, Valley, 94, 105, 133, 292. Sul lavoro nella tomba di Siptah, vedi anche Romer, Valley, 235, su Ramses II p. 236: la tomba era inzuppata d’acqua e piena di fango, e la temperatura raggiunse i 90F.

21) H. Burton, ‘The late Theodore M. Davi’s Excavations in  Thebes in 1912-13’, BMMA 11 (1916), 13 -18.

22) H. Burton, ‘The late Theodore M. Davi’s Excavations in  Thebes in 1912-13, II: Excavations at  Medinet Habu’, BMMA 11 (1916), 102-8.

23) U. Holscher, The Excavation of Medinet Habu, 1: General Plans and Views (Chicago, 1934), 2. Allo stesso modo, N. Reeves, Ancient Egypt: The Great Discoveries (London, 2000), 119.

24) Romer, Valley, 236.

25) N. Thomas (a cura di), The American Discovery of Ancient Egypt (Los Angeles, 1996), 104. Le foto di Burton qui incluse sono la fig. 42 (una veduta del tempio di Mentuhotep a Deir el Bahri), e fig. 55 (una veduta del tempio di Hatshepsut).

26) Infatti Minnie Duckett nacque a Folkestone, dove presumibilmente suo padre, all’epoca tenente del 21° Fanteria, era di stanza, il 31 dicembre 1875. Aveva quindi quattro anni più di Burton, e quindi trentotto quando si risposò.

27) Burton ha dato il suo indirizzo alla fine dei suoi articoli del 1916 (nn. 21, 22) come Firenze. È stato anche registrato nel 1921, ad esempio, che i Burton salparono per l’Egitto da Brindisi il 28 ottobre: ​​Anon., ‘Accessions and notes’, BMMA 17 (1922), 267. Nel 1922 partirono il 6 ottobre: ​​Anon., ‘Notes’, BMMA 18 (1923), 292. Le fonti familiari danno l’indirizzo di via dei Bardi 25, in Oltrarno, alla sinistra del Ponte Vecchio. Per la distruzione dei tedeschi durante la ritirata nel 1944, vedi B. Berenson, Rumor and Reflection (London, 1952), 362, 365.

28) H. Winlock, Excavations at Deir el Bahari 1911-1931 (New York , 1941). Oltre ai modelli nella tomba di Meketre (p. 20), Winlock ha notato che Burton fotografava con la luce riflessa le tombe delle regine Ashayet e Mayer (pp. 138-9).

29 H. Winlock, Models of Daily Life in Ancient Egypt from the Tomb of Mekrete at Thebes (Cambridge, 1955). Winlock ha scritto altrove che ‘il successo ininterrotto della fotografia di Burton, prendendo esposizioni con la luce del sole proiettata a 90 o 100 piedi lungo il corridoio da uno specchio su un riflettore di carta argentata, è stata una delle cose più soddisfacenti di quei tre giorni’, e che ‘Burton e la sua macchina fotografica erano impegnati dalla mattina presto fino alle quattro circa ogni pomeriggio quando il bordo delle alte scogliere tagliava la luce del sole dai suoi specchi’: Winlock, ‘Egyptian Expedition 1918-20’, BMMA 15 (1920), suppl. di Dicembre, 20, 22.

30) H.Winlock, The Slain Soldiers of Nebhepetre Mentuhotpe (New York, 1945).

31) H. Winlock, The tomb of Queen Meryet-Amun at Thebes (New York, 1932).

32) H. Winlock, The Treasure of the Three Egyptian Princesses (New York, 1948).

33) D. Arnold, The Temple of Mentuhotep a Deir el-Bahri (New York, 1979), 63. 34

34) Anon., ‘Notes’, BMMA 28 (1933), 198; H. Winlock, ‘Egyptian and Persian Expeditions 1932-3’, BMMA 28 (1933), novembre suppl., 3; id., ‘Egyptian Expedition 1933-4’, BMMA 29 (1934), suppl. di Novembre, 3.

35) H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1934-5’, BMMA 30 (1935), suppl. di Novembre, 3.

36) N. de G. Davies, The Tomb of Nakht (New York, 1917), tavv. 1-7, 9, 11, 14, 16, 19, 23, 28-9 (riconosciuto, xi); id., The Tomb of Puyemre, I (New York, 1922), tavv. 2-3, 13, 16, 24, 25, 66, 27, 33 (riconosciuto, iv); id., The Tomb of Puyemre, II (New York, 1923), tavv. 51, 55, 65, 78-9; id., La tomba dei due scultori (New York, 1925), tavv. 2-3, 6, 12, 20, 25, 28 (senza prefazione, senza crediti); e id., Two Ramesside Tombs (New York, 1927), tavv 2, 4, 6, 10, 12, 17, 20, 22, 26, 31-2 (un piccolo ringraziamento finale, che non include Burton). Per la tomba di Puyemre, Davies notò che il sarcofago era “pesante, informe, senza decorazioni, vuoto”, con il coperchio rotto in due, che la metà più grande pesava 2-3 tonnellate: “Fu solo a costo di molto lavoro e ingegno che Mr Burton lo trascinò in superficie’: N. de G. Davies, ‘Spedizione egiziana 1915-6’, BMMA 12 (1917), suppl. di Maggio, 31. Nella tomba di Neferhotep, Davies si complimentò con Burton per la sua ‘abilità scrupolosa’: N. de G. Davies, ‘Egyptian Expedition 1920-1’, BMMA 16 (1921), suppl. Novembre 28.

37) H. Winlock, The Temple of Hibis, I: Excavations (BMMA 13; New York, 1941); H. Winlock, H. Evelyn-White e J. Oliver, The Temple of Hibis, II: Greek Inscriptions (BMMA 14; New York, 1938); e N. de G. Davies, The Temple of Hibis, III: The Decoration (BMMA 17; New York,1953).

38) H. Evelyn-White, The Monasteries of the Wadi’n Natrun (BMMA 8; New York, 33 ), III, VIII. Scrisse anche delle ‘tre settimane faticose’ di Burton, e di come lui ‘e i suoi satelliti arabi, inducendo la luce del giorno in cappelle senza sole, fotografando pitture murali e preziose opere in legno seminascoste nell’oscurità’: id., ‘Egyptian Expedition 1920-1’, BMMA 16 (1921), suppl. Novembre, 56.

39) N. de G. Davies, The Tomb of Amenemhet (TT 82) (Londra, 1915); id., The Tomb of Antefoker (TT 60 ) (Londra, 1920); id., The Tomb of Two Officials of Thutmosi IV (Amenhotepsise, TT 75 e Nebamun, TT 90) (Londra, 1923); id., The tomb di Huy (TT 40) (Londra, 1926); e id., The Tomb of Menkheperrasonb, Amnenmose and Another (TT 86,112, 42 e 226), (London, 1933).

40) Hornung, Tomb of Seti I. È stato registrato nel 1922 che Burton stava effettuando una ‘registrazione completa delle pareti scolpite e dipinte’ in questa tomba: Anon., ‘Accessions and notes’, BMMA 17 (1922), 267.

41) N. de G. Davies, ‘Egyptian Expedition 1923-4’, BMMA 19 (1924), suppl. di Dicembre, 52.

42) W. Davis, in T.G.H. James (a cura di), Excaving in Egypt: The EES 1882 – 1982, (London, 1982), 70.

43) N. de G. Davies, The  Tomb of Neferhotep a Thebes (New York, 1933).

44) N. de G. Davies, The Tomb of Rekh-mi-re at Thebes (New York, 1943); id., ‘Egyptian Expedition 1925-7’, BMMA 23 (1928), suppl. di Febbraio, 59.

45) Rachel Hallote immaginava erroneamente che Susan Allen avesse ‘scoperto una storia dimenticata’, qui: R. Hallote, ‘Photography and the American Contribution’ to Early Biblical Archaeology’, Near Eastern Archaeology 70/4 (2007), 39.

46) H. Carter, The Tomb of Tutankhamun, I (Londra, 1923), 107-8.

47) ‘Lord Carnarvon’s Discovery’, The Times (18 Dicembre 1922), 13.

48) Carter, Tomb I, 127.

49) Ibid. II, 86, 51, 72-3, 107.

50) T. G. H. James, Howard Carter (London, 1992), 262-3.

51) ‘Tutankhamen’s Tomb’, The Times (13 Dicembre 1923), 12.

52) ‘The Luxor Tomb’, The Times (5 Febbraio 1924), 10.

53) ‘Tutankhamen’s Statue Sentinels: Robbers Scared Away by Superstition’, The Manchester Guardian (27 Gennaio 1923). Vedi Reeves, Complete Tutankhamon, 155.

54) Un esempio, per l’anno 1922-3, può essere trovato in C. Frayling, The Face of Tutankhamen (London, 1992), 136-40.

55 James, Howard Carter, 262.

56) Carter, Tomb III, ix.

57) Burton stava completando la fotografia della tomba nel 1932: A. Lansing, ‘Egyptian Expedition 1931-2’, BMMA 28 (1933), suppl. di Aprile, 22

58) H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1922-3’, BMMA t8 (1923), suppl. di Dicembre, 39.

59) H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1924-5’, BMMA 21 (1926), suppl. di Marzo, 6.

60) H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1925-7’, BMMA 23 (1928), suppl. di Febbraio, 3. Per un commento simile, si veda H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1927-8’, suppl. Dicembre, 28.

61) Anon., ‘Notes’, BMMA 31 (1936), 237; A. Lansing e W Hayes, ‘Egyptian Expedition 1935-6’, BMMA 32 (1937), suppl. di Gennaio, 3, 17; N. de G. Davies, ‘Ricerche nella necropoli tebana 1938-9’, BMMA 34 (1939), 284.

65) A. Lansing, “Note”, BMMA 35 (1940),165; J. Capart, ‘Harry Burton’, CdE 21 (1946), 207. La morte di Burton è stata registrata presso il Consolato Britannico al Cairo. Si trova nel registro dell’anno 1936-40. vol. 34, pag. 81. Ringrazio Gilbert Langfield per averlo scoperto.

66) Hill, in Hornung, Tomb of Seti I, 2.

67) H. Burton, ‘The Work of the Photographer’, The Times (16 febbraio 1923), 9; id., ‘Camera Records Details of Tomb’, New York Times (16 Febbraio 1923), 2.

68) H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1922-3’, BMMA 18 (1923), suppl. di Dicembre, 35; H. Winlock, ‘Egyptian Expedition 1928-29’ BMMA 24 (1929) suppl. di Novembre, 10.

69) Johnson, KMT 8, sopratutto 64-6.

70) Johnson, KMT 8, 73.

71) Cone, Wonderful Things, xxiii, 4, 6; Johnson, KMT 8, 6o, 61, 68. Romer ha trovato frammenti di una lastra di vetro che ha ritenuto essere Davis, a giudicare dal vestito (Romer, Valley, 204), ma Johnson ha sottolineato che in realtà è Burton: Johnson, KMT 8, 60.

72) Hill, in Hornung, Tomb of Seti I, 29.

73) Capart, CdE 21, 207

74) Romer, Valley, 236.

75) A. M. Lythgoe, BMMA 23 (1928), suppl. di Febbraio, 73-5, elenca le tombe private registrate 1907-27.

 


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