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stemma della Compagnia del Santissimo Miracolo di Sant'Ambrogio
Stemma della Compagnia del Santissimo Miracolo di Sant’Ambrogio

Da: Ora et Labora

a cura di Luciano Artusi e Antonio Patruno

con Enrica Pellegrini e Laura Raspigni

Semper Editrice, Firenze 1996

 

Nel 1230 si verificò un evento molto importante per il complesso conventuale di Sant’Ambrogio, la cui chiesa fu teatro di un famosissimo miracolo, passato alla storia e comunemente conosciuto come il Miracolo dell’Incarnazione. Secondo la tradizione, la mattina del 30 dicembre, festa di San Fiorenzo, il sacerdote Uguccione, cappellano del monastero delle monache benedettine di Sant’Ambrogio, portata a termine la messa, per una momentanea distrazione dovuta anche alla sua veneranda età, non asciugò bene il cali­ce nel quale rimasero probabilmente alcune gocce di vino. Il mattino seguente, ripresa tra le mani la sacra coppa, vi trovò del sangue rappreso. Questa versione del miracolo viene accreditata innanzitutto da Ricordano Malespini, coevo al miracolo in quanto morto nel 1281, che così scrive:

Uno prete per nome Uguccione, avendo celebrato il sagrificio dell’altare e, siccome no cauto per vecchiezza, non asciugò bene il calice, per la qual cosa il dì appresso, prendendo il detto calice, trovò dentro sangue vivo appreso incarnato (…) trassesi detto sangue dal calice e missesi in un’ampolla di cristallo e ancora si mostra al popolo con grande riverenza.

Questa è la versione del miracolo tramandataci nei secoli.

Altri tra i numerosi storici che parlano dell’eccezionale evento eucaristico sono Scipione Ammirato, il francese Thoma Le Blanc nell’opera latina In psalmum, il fiorentino Arcangelo Giani, l’abate Ferdinando Ughelli nell’Italia Sacra, il padre gesuita Giuseppe Richa, Lodovico Antonio Giamboni e Giovanni Villani, che però lo fa risalire al 1229 anziché al 1230:

Nel detto anno 1229, il dì di San Firenze dì 30 di dicembre uno prete della chiesa di santo Ambrogio di Firenze ch’avea nome prete Uguccione, avendo detta la messa e celebrato il sacrificio, e per vecchiezza non asciugò bene il calice per la qual cosa il dì appresso prendendo il detto calice, trovovvi dentro vivo sangue appreso e incarnato, e ciò fu manifestato a tutte le donne di quello munistero, e a tutti i vicini che vi furono presenti e al Vescovo, e a tutto il chiericato, e poi si palesò a tutti i fiorentini, i quali vi trassono a vedere con grande dovozione, e trassesi il detto sangue del calice, e misesi in una ampolla di cristallo, e ancora si mostra al popolo con grande riverenza.

Clemente Mazza, nella sua Vita di San Zanobi, facendo riferimento al soprannaturale evento, ci precisa che a quel tempo la chiesa era di ridotte dimensioni e le monache venivano chiamate “le poverine”:

Nel 1230 fu assunto Ardingo da Pavia Canonico di Firenze il quale resse il Vescovado anni 30. Nel primo anno di costui cioè a’d’ 30 di Dicembre nel 1230, il dì della Festa di S. Firenze confessore, che fu in quell’anno in Venerdì occorse il degno Miracolo del Corpo di Cristo nella Chiesa di S. Ambrogio di Firenze per le mani di quello antico prete Uguccione, e al tempo della badessa Teda che in quel tempo le monache di S. Ambrogio si chiamavano le poverine, e la chiesa era piccolissima.

Tra le varie versioni del fatto, particolarmente interessante appare quella, molto descrittiva e approfondita, riportata in un breviario manoscritto delle monache di Sant’Ambrogio, proprio perché da sempre lì custodita e tramandata nel corso degli anni quale tradizione interna al monastero stesso:

Il Miracolo del Santissimo Corpo di Cristo, di cui oggi la solennità celebriamo, essere in questo modo seguito in Firenze nella chiesa di S. Ambrogio, un libretto nella medesima custodito dichiara. Un certo prete di nome Uguccio, insigne non meno per l’età, che per l’onestà dei costumi, venuta la festa di S. Firenze se n’andò all’al­tare per celebrare la Messa, e quella con diligenza, e devozione tirata avanti, dopo aver preso il Corpo, ed il Sangue, una gocciola di esso al calice rimase attaccata; il che vedendo il Sacerdote differì di pigliarla, finché secondo il costume la seconda volta il vino v’infondesse, e quello infuso nel volerla pigliare osservando nel cali­ce la vedde in vero sangue conversa mirabilmente galleggiare, quasi sdegnasse col material vino mescolarsi. Avendola pertanto una e più volte con ammirazione, ed orrore osservata, subito in tre parti, esso veggente, fu divi­sa; e fatta questa seconda mutazione, alla primiera unità se ne ritornò: per il che il Sacerdote da soverchio timo­re, ed orrore sorpreso, con abbondanza di lacrime, standosene fra le due, non sapeva quel che si fare, per le sue lacrime, e per lo tremito addivenire, che molti circostanti si avvedessero del seguito. Le madri altresì, lo cui mona­stero è noto per essere unito alla Chiesa, accortesi dell’insolita tardanza del sacerdote non poco si meravigliava­no, ma poiché si seppe la cosa, il vino con la particella del sangue ivi rimasta, per opera, e consiglio della Badessa in un vaso, in cui si solea conservare l’Olio Santo fu messo pertanto, che si desse conto al vescovo com’era pas­sata la cosa. Finita dunque la messa, dubitò il Sacerdote di dar parte al Vescovo di quel che egli aveva fatto, e in tal maniera ben due giorni tra il si, e il no se ne stette, ma finalmente appigliatosi al miglior parere, determinò di raccontargli per ordine ciò, che gli era avvenuto, affinché gli altri fossero più cauti, e con la chiara visione l’ope­re di Dio manifestassero.
Andatosene pertanto a Monsignore il cui nome era Ardingo, e inginocchiatoseli il tutto ordinamente narrogli. Udito questo, non senza gran meraviglia il Prelato, deliberò di radunare il Clero, per esortargli in prima ad esse­re più cauti nel celebrare un tanto Sacrifizio, e poi per sentire i loro pareri, e come fosse da governarsi nel pre­sente caso. Venuti adunque in buon numero, e udita la cagione di lor chiamata, cominciarono a pregare instante-mente il Vescovo, affinché il vaso a se portar ne facesse. Fu mandato pertanto il cappellano di Monsignore con parte del Clero alla chiesa e domandò di portarne il Miracolo al Prelato. Acconsentirono alle divote preci le Monache e di portamelo gli permessero. Ricevutolo dunque il Cappellano sentì una grandissima fragranza di rose, e guardandovi dentro vide la prefata parte di sangue essersi di già in carne mutata ed il vino, il quale, come fu riferito al Vescovo, era rosso, appariva d’acqua, la quale quell’odore di rose per tutto spargeva. Per lo che mera­vigliati tutti con la medesima comitiva, che venuti vi erano al Vescovo se ne ritornarono, il quale di tutto avendo avuto contentezza, e dentro da sé medesimo riguardando, vide essere solamente la carne nel vaso, che senza toc­carlo da niuna parte miracolosamente in aria da se medesima si sosteneva, onde compresero esservi l’acqua sec­cata dentro, e non ostante restatovi quel grandissimo odore, e tutte queste cose seguirono il terzo giorno dopo la prima mutazione. Sopraffatti perciò da grand’ammirazione, e le meraviglie d’Iddio nel Sacramento venerando, dopo una ornata e grave ammonizione del Prelato a’ loro luoghi se ne tornarono, ed il vaso si rimase nel vesco­vado; il che quantunque le monache mai volentieri comportassero conoscendo di restar prive d’un tanto tesoro, nulladimeno per consiglio della venerabile Badessa Teida indugiarono a ridomandarlo, finché si avvicinasse la festa di S. Ambrogio; il qual tempo venuto, mandarono più volte un ottimo Uomo al Vescovo a richiedere con grand’efficacia il Sacramento, che loro aveva conceduto il Signore; ma perché il vescovo la mandava in lungo, e le monache si accorsero della sua intenzione, chiamati i Frati Minori conventuali supplichevolmente gli pregaro­no a voler pigliare supra di sé la lor causa ed essi benignamente accettandola, umilmente se ne andarono al Vescovo, e supplichevoli gli esposero la lor giusta pretensione; il Prelato ancorché della lor venuta si sdegnasse, ordinò restituirsi loro quanto domandavano, ed essi con gaudio ripigliandoselo, con mirabil’ apparato, e frequen­za di tutto il popolo, processionalmente alla priora Chiesa di S. Ambrogio nel riportarono, e quivi finita la dovu­ta solennità, rese grazie a’ frati, ed al popolo tutti si partirono. Ma la notte seguente dormendo il Vescovo se gli fece sentir una voce dicente. Nudo mi ricevesti o prelato, ma non perciò in alcun modo nudo dovevi rimandar­ che facesse fare onorevol custodia per collocarvi il venerando Miracolo,il che non molto dopo è manifesto essere stato fatto, essendo anche il luogo dal Vescovo d’Indulgenza arricchi­to; né gran tempo passò, che alla fanciulletta Aldobrandesca dicesi una cotal visione essere apparsa. Parevole per­tanto, mentre ella dormiva di vedere la S. Madre di Dio venirsene alla volta , e comandarle se n’andasse alla Margherita, la quale aveva la cura delle cose sacre, e le portasse questa ambasciata. Io ho partorito vicino alla chiesa, né trovo casa in cui riparar mi possa; il che eseguendo ella sembravale di ricever un nuovo e bel vaso, da portarsi alla Madre del Signore. Venuta la mattina, avendo raccontato il seguito, compresero tutti doversi fare un luogo, in cui si conservasse il Miracolo. Il quale magnificamente finito, chiamato il Vescovo, in quel Tabernacolo solennemente il collocarono, nel qual meravigliose cose operar si veggono dal Salvatore, a laude e gloria del suo nome, a cui è onore, e gloria ne’ secoli dei secoli. Amen.

L’eucaristico avvenimento, come vedremo, ebbe una vasta risonanza che si prolungò nel corso dei secoli, con dirette e vantaggiose conseguenze nella vita del monastero benedettino, che da quel momento, il 30 dicembre di ogni anno, organizzò sempre i festeggiamenti per celebrare degnamente la ricorrenza. Anche il Giamboni, nel già citato Diario Sacro, a questa data scrive:

Festa solennissima alla Chiesa di S. Ambrogio per l’Apparizione dell’augustissimo Miracolo del Santissimo Sacramento, che seguì in questo giorno in detta Chiesa l’anno 1230; e fu che celebrando nella medesima Chiesa un buon Vecchio Sacerdote detto Uguccione, dopo aver preso il Corpo, e Sangue di Christo vedde, che una goc­cia del predetto Sangue era rimasta attaccata al Calice, onde differì a pigliarla alla seconda volta, quando secon­do il Costume vi si fà la purificazione: Ma (O cosa mirabile) dopo aver messo il Vino nel Calice, vedde che quel­la goccia s’era convertita in vivo Sangue, che galleggiava sopra il Vino, quale dopo di essersi più volte spartita in tre gocce, e dipoi ritornando in una goccia, finalmente alla presenza di tutt’il Popolo si convertì in viva Carne, conforme sino al presente si vede, conservandosi con grand’onore e reverenza in una custodia di cristallo, ed in questa mattina (nella quale seguì un sì stupendo Miracolo) sta esposto alla pubblica adorazione, e v’è ogni gior­no Indulgenza di 40 giorni delle penitenze ingiunte per i peccati mortali, e la remissione della quarta parte delle penitenze dovute per i Veniali, concessa da Monsig. Goffredo Vescovo di Bettelemme, allora Legato della Sede Apostolica il 1257.

Ma questo non rimase l’unico miracolo avvenuto nella chiesa di Sant’Ambrogio: infatti secondo la tradizione il 24 marzo 1595 (Venerdì Santo) alcune ostie consacrate rimasero inspiegabilmente illese nonostante un incendio le avesse completamente avvolte. Di questo secondo miracolo riporta particola­reggiata notizia anche il Richa, il quale ci informa:

(…) debbo aggiungere che nell’anno 1595, nel giorno del Venerdì Santo, essendosi attaccato il fuoco all’appara­to del Sepolcro in questa Chiesa, ove era il Santissimo, ed ogni cosa essendo andata in fiamme, solo si salvaro­no alcune consacrate Particole, le quali umide dall’acqua gettata per ispegnere l’incendio, e perciò mescolate con la cenere, si trovarono ridotte ad un Ciambellina, la quale si conserva fin al dì d’oggi (il Richa scrive nel 1700) in uno scatolino dorato nel medesimo Tabernacolo del Santissimo Miracolo.

Le reliquie di entrambi i miracoli vennero esaminate nel 1628 dall’arcivescovo di Firenze Alessandro Marzi Medici, che ne constatò l’incorruzione, peraltro riscontrata anche da un esame svolto nel nostro secolo, precisamente nel 1907.


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