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Guido Tallone, Venezia. 1957

Guido Tallone – Giulio Turcato – Sem – Egidio Bonfante



di LUCIANO BUDIGNA

 

da: La Fiera Letteraria, 13 Gennaio 1957

 

 

 

 

La produzione pittorica di Lilia Caraina è di fresca data: non sono trascorsi ancora tre anni da quando lo scultore Marcello Mascherini, avendo avuto occasione di vedere le sue prime prove grafiche, la incoraggiò a intraprendere la strada della pittura trasferendo in questa specifica direzione il suo vasto e risentito esperienza artistica maturata nel campo musicale e letterario.

Pianista di notorietà internazionale, autrice di un volume di versi avallato da Umbro Apollonio e segnalato in modo assai lusinghiero dalla critica, Lilia Caraina non ha esitato a chiudere il pianoforte e a deporre la penna per seguire totalmente questa più precisa e adeguata manifestazione della sua vocazione originaria.

Il lavoro, il buon lavoro fatto in questi tre anni nel senso di un affidamento a quelle facoltà tecniche e della ricerca di un esatto rapporto fra il proprio mondo poetico e una personale dimensione stilistica, può essere considerato davvero esemplare per fervore e fiduciosa intelligenza.

A questo proposito viene opportuna la citazione di una frase di Lionello Venturi dettata in occasione di una recente mostra di questa pittrice:

«Lilian Caraina ha uno stile in arte: le sue pitture mi hanno interessato molto perché vi ho riconosciuto una viva intelligenza».

Lilian arriva all’espressione attraverso una totale fiducia nella propria sensibilità poetica, o meglio nella superiore verità, nella autonoma, irriducibile forza insita nell’irrazionale momento creativo: il suo modo di fare pittura ricorda un aspetto della poesia di Mallarmé.

Da questi brevi appunti risulterà tuttavia evidente il rifiuto di ogni schematismo formale, l’inevitabile opposizione — proprio una condizione sine qua non — ad ogni aprioristico inquadramento: una qualità delle «tendenze» nelle quali si articola l’arte contemporanea: tentare di ridurre questa pittura alla disciplina di un ismo o anche soltanto sforzarsi di riconoscere in essa acquisizione o esigenza di una specifica lezione, significa non averne compreso l’intima ragion d’essere, la profonda sostanza.

Lilian Caraina ha ormai al suo attivo numerose personali in Italia e all’estero (assai importante quella ordinata lo scorso anno alla romana galleria dell’Obelisco) e la partecipazione a tutte le collettive di questi ultimi anni (dalla Quadriennale ai «Michetti»); tuttavia, con la sua attuale mostra alla galleria Apollinaire, è la prima volta che si presenta al pubblico milanese.


Alla galleria di Stefano Cairola, Guido Tallone espone una felice serie di vedute veneziane. Virgilio Guidi così lo presenta nel catalogo:

«Certo che il pittore per Venezia, o per le sue proprie raccolte, riuscito a concludersi e a determinarsi, giustificando ancora una possibile condizione naturalistica. Ed è molto questo suo naturalismo esterno e no, esemplificato e no, sobrio e discreto ma, senza dubbio, avente in sé una serena malinconia».

Alla galleria del Grattacielo una «personale» di Giulio Turcato – Sem, cioè la pittrice Semeghini, alla Montenapoleone 6a, circhi, uccelli di fuoco, pinocchietti, fiere, organismi che sottolineano l’atmosfera infantile e lietamente festosa di queste settimane.

Chiudiamo questa nota con la segnalazione di una mostra, propriamente non milanese, ma che in certo qual modo rientra nella nostra giurisdizione: l’importante rassegna di dipinti e disegni di Egidio Bonfante al Centro Culturale Olivetti a Ivrea.

Di Bonfante abbiamo già avuto occasione di parlare lo scorso anno per una sua bella «personale» alla galleria dell’Ariete: qui desideriamo riportare un brano dell’acuta monografia dedicatagli da Germano Pampaloni:

«Disegnare con il colore: ecco il tema propostosi da Bonfante, e di cui l’attuale mostra ci offre le prime, persuasive risultanze. Evidentemente la natura di un pittore non si tramuta con il mutare della sua impostazione, delle sue ipotesi di lavoro; e la natura di Bonfante rimane coloristica, tattile, felicemente figurativa, anche se essa si convertisse all’astrattismo questa sua natura finirebbe per esprimersi al di là di ogni schema.

Ma, dai primi tentativi di “scomposizione” ai “quadri documenti”, riconoscibili subito da una troppo metodica e scolastica campitura del colore, alle prove più recenti, ove le forme si spezzano variamente sino a compenetrarsi nel profondo con la luce che le distingue per annullarle, è facile capire il senso, o almeno ricostruire l’itinerario di questa nuova ricerca nella quale Bonfante si è generosamente impegnato».


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