Della Chiesa di S. Ambrogio in Firenze e dei suoi Restauri
Sac. Omero Orzalesi
Firenze, 1900.
Tip. Cooperativa, via Pietrapiana 40

La primavera decorsa, nell’essere a Roma in occasione del pellegrinaggio diocesano fiorentino in compagnia di un amico e collega carissimo, andai a visitare un venerando religioso, che mi onora della sua benevolenza; il quale mi domandò con gran premura della mia Chiesa, e meco si mise a conversare del come fino ad ora era tenuta e dei restauri, dei quali, secondo lui, esperto conoscitore delle Chiese e dei monumenti fiorentini, era sentito più urgente il bisogno.
Confesso che certe cose, cui il mio illustre interlocutore accennava, mi erano sfuggite; e non so se per quella legge di adattamento, cui per la lunga consuetudine, ogni senso va soggetto, o piuttosto per l’insieme tutto deteriorato, che faceva apparire ogni cosa in uno stato meno infelice di quello che fosse realmente.
Ciò che posso affermare di certo è che, al confronto delle Chiese di Roma che visitavo, la mia di S. Ambrogio mi appariva in uno stato assolutamente impossibile, e ne sentiva rossore. La conclusione fu questa: tornato a Firenze mi occupai con maggior lena della spinosissima quistione della liquidazione dei danni; e, datovi sesto alla meglio mercé l’opera solerte dell’egregio Sig. Cav. Avvocato Odoardo Bordoni, potei, sotto l’abile direzione dell’Ing. Ezio Cerpi, finalmente incominciare i restauri più necessarî, cercando di fare il più ed il meglio possibile compatibilmente col fondo depositato e con le mie deboli forze.
Siamo però ancora ben lungi da quel restauro e riordinamento radicale, cui la Chiesa ha diritto in omaggio alla religione ed all’arte: ed affinché ognuno si convinca della necessità di ulteriori restauri reclamati dal merito storico e artistico della chiesa di S.Ambrogio, valgano prima poche parole d’ illustrazione.
La data precisa della sua fondazione non si sa con certezza; la tradizione per altro ne fa una delle chiese più antiche della città. Essa appartenne fino alla soppressione ad un Monastero di Benedettine; uno dei tre primi conventi di monache, che esistevano in Firenze prima del 1000.
Da una carta trovata nel libro dei fratelli e delle sorelle della società del SS. Miracolo si rileva che il 7 dicembre 988 – giorno della festa dedicata al titolare della Chiesa, il Vescovo S. Ambrogio – si introdussero nel monastero le prime tre monache. Ma questa notizia non è confermata da documenti autentici, essendo la citata carta del 1444, e riferendosi, come ben si comprende, ad una tradizione.
Piero Monaldi, e prima di lui il Poccianti, affermano che a S. Ambrogio doveva esistere un monastero assai prima del mille; ma, come giustamente osserva il P. Richa nelle sue notizie storiche sul quartiere di S. Croce, anche questa notizia non è confermata da alcuna autentica scrittura; sicché non regge alla critica storica.
Quest’ultimo autore non concorda nemmeno col Dottor Brocchi, là dove nelle sue vite dei Santi e Beati toscani assevera essere stata la Chiesa di S. Ambrogio fondata da S. Zanobi, perchè tale asserzione si basa su alcune Vite manoscritte del santo, i cui caratteri niente di maggiore antichità dimostrano del sopra nominato Breviario(1): e, appoggiandosi ad un contratto di vendita del 1001, che si trova nell’archivio del Capitolo fiorentino, nel quale è nominata la Chiesa di S. Ambrogio, prende come punto di partenza detta data per accennarne alla storia.
(1) RICHA — Notizie Istoriche delle Chiese Fiorentine – Quartiere di S. Croce, pag.237.


Se la chiesa veniva ricordata come già esistente in un contratto del 1001, ciò vuol dire che essa fu fondata indubbiamente prima del mille.
Anche per una ragione più indiretta forse, ma non per questo meno concludente, si deduce che la fondazione della chiesa di S. Ambrogio avvenne assai prima del mille.
Infatti essa era considerata già come antica in una Bolla di Clemente IV data da Perugia nel 1266 per concedere indulgenza a chi avesse fatto elemosine per riparazioni, che alla chiesa stessa erano necessarie. Ed il fatto poi che s’invocavano elemosine per riparare l’antica chiesa, vuol dire che la somma, che si prevedeva come occorrente, doveva, sorpassando le forze del monastero, essere di una certa entità, in correlazione ai danni, che, data la natura dell’immobile, ben si comprende, non si sarebbero potuti produrre in pochi anni.
L’ordine interno della chiesa, quale si osservava quando fui nominato parroco, era presso a poco quello che le fu dato col restauro del 1673, di cui si hanno sicure notizie.
Del precedente restauro fatto all’altar maggiore nel 1441 da Messer Francesco Maringhi e della primitiva forma di tale altare fatto costruire nel 1342 da Turino Baldesi nulla si sa; come pure s’ ignorano i restauri parziali o totali, che furono eseguiti in precedenza.
Col restauro del 1673, essendosi rialzato il presbiterio, fu costruita l’attuale balaustrata, fu rinnovato il pavimento, furono poste per ordine le sepolture fino allora sparse più qua e più là per la chiesa; e le armi e le iscrizioni dei defunti ivi sepolti vennero collocate in gran parte nella corticina, che dà accesso al monastero, dove pure oggi si vedono.
Ma, a prescindere da tali restauri e da quelli posteriori, la chiesa subì notevoli variazioni nel suo ordine interno per la erezione degli altari, la quale avvenne certamente nella seconda metà del 1400.
Uno dei restauri più notevoli ed infelici è quello fatto nel 1716 per opera dell’ architetto Giovambattista Foggini; pel quale furono apportate alla chiesa alcune innovazioni, che costarono la bella somma di tremila scudi.
Le più importanti di tali innovazioni, che tutt’ora si possono osservare, sono quelle fatte al presbiterio, e consistono nella intera costruzione in marmo colorato dell’altar maggiore, nell’aver rivestito di pietrame le aperture delle due cappelle, del SS. Sacramento e del SS. Miracolo, laterali all’altar maggiore, e nell’aver costruito sopra di esse due coretti, questi pure ornati di pietra a guisa di terrazzino, uno dei quali era destinato per coro alle monache, l’altro per l’organo.
Tali lavori, specialmente i terrazzini, frutto del gusto barocco del tempo in cui furono costruiti, turbano la severa armonia dell’interno del tempio. Al restauro del 1716, oltre al Foggini come architetto, prese parte come pittore Benedetto Fortini, il quale dipinse il soffitto e la volta del coro.
Da un documento esistente nell’archivio del monastero si rileva che nel 1635 le eleganti finestre archiacute laterali furono sostituite dalle bruttissime quadrangolari, ora chiuse; alla spesa del qual lavoro, che costò duecento scudi, provvide la signora Maria Rucellai nei Medici, che lo aveva progettato.
Da un altro documento, pure appartenente all’archivio del monastero, si rileva che nel 1680, nell’occasione di alcuni altri lavori, fu chiusa la finestra tonda che si trovava sopra alla porta d’ingresso, nella facciata che dà sulla piazza di S. Ambrogio; e ad essa fu sostituita una finestra quadrangolare, uguale alle altre aperte circa cinquant’anni prima, della quale tuttora, guardando dall’interno della chiesa, si osserva il disegno.
La chiesa è stata restaurata anche nel 1830 a spese del parroco Gaetano Sgherri e del popolo. In tale occasione fu chiusa la grande finestra fatta aprire nel coro l’anno 1694 dall’abbadessa del monastero, in sostituzione di quella antichissima, simile alle archiacute laterali, cui nel 1437 era stata fatta apporre una vetrata a colori: il pittore milanese Ademollo dipinse le pareti, il soffitto ed il coro, sopprimendo le pitture del Fortini.
Nel 1887-88 a cura e spese del mio predecessore, il compianto sacerdote Baldassarre Formigli, fu rifatta la facciata della chiesa; fu tolto l’ organo dal coretto del Foggini e collocato dietro il coro, ove precedentemente, come più sopra si è veduto, era stata chiusa la bella finestra, che rendeva la chiesa tutta più luminosa e meglio aereata.
In tale occasione dei tredici altari venivano abbattuti i due, che si trovavano appoggiati alla parete di fronte all’altar maggiore. Pregevoli sono le opere d’arte che appartengono alla chiesa di S. Ambrogio: alcune però abbisognano di restauro.

Fra le pitture è notevole un quadro, situato nel primo altare a destra di chi entra, attribuito erroneamente a fra Filippo Lippi, diviso in due sezioni: nella superiore rappresenta l’Annunziazione della Vergine, e nell’inferiore S. Antonio Abate seduto in trono avente ai lati S. Niccolò di Bari e l’Arcangelo Raffaele con Tobiolo, il pesce ed il levriero.
Ho detto notevole, ma forse la parola non è la più adatta, poiché si tratta di un quadro su tavola sagomata, forse dipinto a tempera, che avrebbe potuto avere il suo valore, se un infelicissimo restauro a vernice non lo avesse deturpato.
Un affresco di considerevole pregio, attribuito ad Angelo Gaddi fiorentino, è quello che trovasi nel secondo altare, a destra entrando, rappresentante la Vergine seduta in trono avente nel suo grembo il bambino Gesù ed ai lati S. Bartolommeo e San Giovanni Battista.
Tale affresco, conosciuto sotto il titolo della Madonna del Latte, fu scoperto nel 1839 e restaurato ad opera del Prof. Antonio Marini nel 1842.
Nel terzo altare, pure a destra di chi entra, è un altro pregevole affresco attribuito a Tommaso di Stefano fiorentino. Rappresenta la Deposizione del Redentore dalla Croce. Fu pure esso scoperto nel 1839 e restaurato nel 1842 dal Prof. Antonio Marini suddetto.
Nel secondo altare a sinistra di chi entra, è notevole una tavola a forma di trittico.
E’ un dipinto a tempera su fondo d’ oro, diviso in tre scompartimenti, che terminano a cuspide. Quello di mezzo è Nostra Donna seduta col bambino Gesù in grembo e, ai lati del trono e di più piccole proporzioni, i Santi Cosimo e Damiano. Negli scomparti laterali sono due Santi e due Sante e nelle formelle poste nel contro delle cuspidi veggonsi di piccole proporzioni l’Eterno Padre, la Vergine Annunziata e l’Angelo Annunziante.(2)
(2) Dal catalogo delle opere d’arte appartenenti alla Chiesa di S. Ambrogio redatto dal R. Ispettorato degli scavi di antichità e dei monumenti di Firenze.
Quest’ opera è di scuola fiorentina della fine del XIV secolo. E tra gli affreschi è degno di specialissima menzione quello di Cosimo Rosselli fiorentino nella cappella del SS. Miracolo a sinistra dell’altare, giudicato dal Vasari una delle migliori opere di tale autore; forse la migliore di tutte quelle da lui fatte in Firenze. Vi si notano bellissimi ritratti di Pico della Mirandola, di Marsilio Ficino e del Poliziano.
Il soggetto di quest’opera taluno vuole che sia la processione col SS. Miracolo ordinata dal Vescovo Silvestro da Cingoli in occasione della pestilenza, che nel 1340 afflisse la città di Firenze; altri invece vuole sia in essa rappresentata la traslazione della preziosa ampolla dalla chiesa di S. Ambrogio all’Episcopio, ove il Vescovo Ardingo volle fosse recata per poterla esaminare minutamente insieme ai canonici.
Ma o l’una o l’altra cosa rappresenti, od abbia invece per soggetto la processione del 1231 con 1a quale si riportò dall’Episcopio a S.Ambrogio il prezioso tesoro, sta il fatto che il pregevolissimo affresco è, e sarà sempre, testimonio indiscusso della pubblica prova di fede data dai fiorentini a sì portentoso prodigio. Però anche quest’opera d’arte è assai deteriorata dal fumo di un incendio, che si dice essere avvenuto nella cappella medesima.
Nel terzo altare a sinistra di chi entra si trova un dipinto a tempera su tavola di Cosimo Rosselli rappresentante la Vergine seduta tra le nubi avente in grembo il bambino Gesù. Attorno le aleggiano cinque Cherubini e alcuni Angeli che tengono dei rami di giglio. In alto appare l’Eterno Padre, ed in basso S. Ambrogio vescovo e S. Francesco d’Assisi. Il quadro poggia su di un gradino diviso in tre parti: in una è rappresentato l’ordine di S. Francesco che riceve l’approvazione della regola da Papa Innocenzo III, nell’altra le Stimmate e nella terza la morte di S. Francesco.
D’ignoto autore è un bel Crocifisso di grandezza al naturale che adorna il quarto altare a destra di chi entra.
Fra il secondo e il terzo altare degnissimo di considerazione e di esame è pure il tabernacolo in legno conosciuto dal nome del santo che racchiude – S. Sebastiano – opera pregevolissima di Leonardo Del Tasso. Tale tabernacolo sovraccarico di vernice, che impediva la vista non solo delle finezze del lavoro, ma anche delle maggiori linee del disegno, è stato ora ricondotto al suo primiero stato.
Ma l’opera che ha forse il maggior pregio artistico è il tabernacolo marmoreo, conosciuto comunemente dal nome del suo autore, Mino da Fiesole.
Volendo le monache adornare come si conveniva la cappella ove si conservava il SS. Miracolo ricorsero all’opera del sommo casentinese Mino; il quale fece da sé il progetto ed il disegno del tabernacolo, che gli fu poi commesso dall’abbadessa del monastero il 22 agosto.
Detto tabernacolo è di mezzo rilievo e consiste in una trabeazione, sormontata da un frontone semicircolare, e in due pilastri d’ordine composito che la sorreggono. In mezzo al frontone apparisce benedicente l’Eterno Padre ed ai lati stanno in atto di adorazione due angioli genuflessi ed a mani giunte.
Nel centro vi è il tabernacolo propriamente detto, racchiuso da una lastra di ottone; ed ai lati si trovano in bassorilievo le figure di S. Ambrogio e S. Benedetto. Nella parte inferiore notansi in alto rilievo due angeli, che guardano piamente il bambino Gesù sorgente nel mezzo d’un calice da essi sorretto.
Nella base del tabernacolo, in basso rilievo, è istoriato il momento in cui Prete Uguccione, alla presenza delle monache e del popolo, depone nell’ampolla portagli dall’abbadessa il vino col SS. Miracolo.
Il tabernacolo è opera di bellissimo insieme; ricchissima di architettura, di statuette, di bassirilievi, di ornati; e non occorre essere artisti per poter gustare la squisita fattura del tutto, come di ogni minima parte.
Il Cinelli, descrivendola, dice:
sono lodati due angioli, che reggono il calice dove è effigiato il Miracolo, ed in segno di riverenza stanno con un ginocchio piegato, fatti di vero con sommo artifizio, e lode di Mino da Fiesole.
Ai lati di questa insigne opera d’arte in apposite mensole sono due statuette un quarto del vero rappresentanti due angioli genuflessi in atto di sorreggere una fiaccola; lavoro in terracotta della Robbia.
Mino ebbe sepoltura nella chiesa di S. Ambrogio, e con lui trovarono ivi la quiete del sepolcro il Granacci, Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, Andrea del Verrocchio, e undici della famiglia dei Del Tasso, « artefici illustri in ogni ramo dell’arte », tutti di quella fiorente primavera del genio italiano che fu il rinascimento. Piccole epigrafi dettate dall’egregio ed amico carissimo signor cav. Pietro Franceschini ne indicano ora le sepolture. Alla di lui vasta cultura devesi la precisa indicazione del luogo ove questi grandi furono sepolti.(3)
(3) Alla iniziativa del Cav. Franceschini devesi la determinazione presa dal Circolo Artistico Fiorentino di collocare nella Chiesa di S. Ambrogio una lapide commemorativa di tali Artisti.

La chiesa di s.Ambrogio di Firenze è dunque degna di menzione per antichità, per insigni opere d’arte, per accogliere fra le sue mura le ceneri di celebrati artisti; ma il maggior lustro ed il massimo decoro le deriva dal SS. Miracolo che in essa si compì, ed in essa si custodisce.
Sul prodigioso avvenimento si hanno due distinte versioni, le quali però, pur differendo nei particolari, sono non dimeno uguali e conformi nell’asseverazione generale del fatto stesso.
Secondo Giovanni Villani – il quale per altro lo anticiperebbe di un anno descrivendolo come avvenuto nel 1229 – secondo Scipione l’Ammirato ed altri, come ad esempio Clemente Mazza nella sua vita di S. Zanobi, si tratterebbe di questo: che Prete Uguccione, uffiziante nella chiesa di S. Ambrogio, la mattina del 29 dicembre 1230 dopo celebrata la Santa Messa o inavvertitamente, o per impedimento derivante dalla sua tarda età, non asciugò bene il calice; e la mattina seguente, prendendo lo stesso calice, vi trovò dentro sangue vivo rappreso.
Altrimenti invece è narrato in un Breviario del monastero; ed io qui riporto testualmente tale narrazione colla traduzione fattane da Agostino Coltellini:(4)
(4) Francioni, Storia del SS. Miracolo: pag. 7.
Il miracolo del Santissimo Corpo di Cristo, di cui oggi la solennità celebriamo, essere in questo modo seguìto in Firenze nella chiesa di S. Ambrogio, un libretto nella medesima custodito dichiara. Un certo prete per nome Uguccio, insigne non meno per l’età, che per l’onestà de’ costumi, venuta la festa di S. Firenze se n’ andò all’altare per celebrare la Messa, e quella con diligenza e devozione tirata avanti, dopo aver preso il Corpo, ed il Sangue, una gocciola di esso al Calice rimase attaccata; il che vedendo il Sacerdote differì di pigliarla, finché secondo il costume la seconda volta il vino v’infondesse, e quello infuso nel volerla pigliare osservando nel Calice la vedde in vero sangue conversa mirabilmente galleggiare, quasi sdegnasse col material vino mescolarsi. Avendola per tanto una e più volte con ammirazione, ed orrore osservata, subito in tre parti, esso veggente, fu divisa; e fatta questa seconda mutazione, alla primiera unità se ne ritornò: per lo che il Sacerdote da soverchio timore, ed orrore sorpreso, con abbondanza di lacrime, standosene fra le due, non sapeva quel che si fare, per le sue lacrime, e per lo tremito addivenne, che molti circostanti s’avvedessero del seguito. Le Madri altresì, lo cui monasterio è noto esser unito alla chiesa, accortesi dell’insolita tardanza del sacerdote, non poco si maravigliavano, ma poiché si seppe la cosa, il vino con la particella del sangue ivi rimasta, per opera, e consiglio della Badessa in un vaso, in cui si soleva conservare l’ Olio Santo fu messo per tanto, che si desse conto al Vescovo com’era passata la cosa.
Finita dunque la Messa, dubitò il Sacerdote di dar parte al Vescovo di quel ch’egli aveva fatto, e in tal maniera ben due giorni tra il sì ed il no se ne stette. Ma finalmente appigliatosi al miglior parere, determinò di raccontargli per ordine ciò, che gli era avvenuto, affinché gli altri fossero più cauti, e con la chiara visione l’opera d’Iddio manifestassero.
Andatosene per tanto a Monsignore il cui nome era Ardingo, e inginocchiatoseli il tutto ordinatamente narrogli. Udito questo non senza gran maraviglia il Prelato, deliberò di ragunare il Clero, per esortargli in prima ad esser più cauti nel celebrare un tanto Sacrifizio, e poi per sentire i loro pareri, e come fosse da governarsi nel presente caso. Venuti adunque in buon numero, e udita la cagione di lor chiamata, cominciarono a pregare istantemente il Vescovo affinché il vaso a sé portar ne facesse.
Fu mandato per tanto il Cappellano di Monsignore con parte del Clero alla chiesa e domandò di portarne il Miracolo al Prelato. Acconsentirono alle divote preci le Monache e di portarnelo gli permessero. Ricevutolo dunque il Cappellano sentì una grandissima fragranza di rose, e guardandovi dentro vide la prefata parte di sangue essersi digià in carne mutata ed il vino, il quale, come fu riferito al Vescovo, era rosso, appariva d’acqua, la quale quell’odor di rose per tutto spargeva.
Perlochè maravigliati tutti con la medesima comitiva, che venuti vi erano al Vescovo se ne ritornarono, il quale di tutto avendo avuto contezza, e dentro da se medesimo riguardando, vide esser solamente la carne nel vaso, che senza toccarlo da niuna parte miracolosamente in aria da se medesima si sosteneva, onde compresero esservi l’acqua mirabilmente seccata dentro, e non ostante restatovi quel grandissimo odore, e tutte queste cose seguirono il terzo giorno dopo la prima mutazione.
Sopraffatti perciò da grand’ammirazione, e le meraviglie d’Iddio nel Sacramento venerando, dopo una ornata e grave ammonizione del Prelato, a’ loro luoghi se ne tornarono, ed il vaso si rimase nel Vescovado; il che quantunque le monache mal volentieri comportassero conoscendo di restar prive d’un tanto tesoro, nulladimeno per consiglio della venerabile lor Badessa Teida indugiarono a ridomandarlo, finchè si avvicinasse la festa di S.Ambrogio; il qual tempo venuta, mandarono più volte un ottimo uomo al Vescovo a richiedere con grand’efficacia il Sacramento, che loro aveva conceduto il Signore.
Ma perchè il Vescovo la mandava in lungo, e le monache s’accorsero della sua intenzione, chiamati i Frati minori conventuali supplichevolmente gli pregarono a voler pigliar sopra di sé la lor causa ed benignamente accettandola, umilmente se ne andarono al Vescovo, e supplichevoli gli esposero la lor giusta pretenzione.
Il Prelato ancorchè della lor venuta si sdegnasse, ordinò restituirsi loro quanto domandavano, ed essi con gaudio ripigliandoselo, con mirabile apparato, e frequenza di tutto il popolo, processionalmente alla propria Chiesa di S. Ambrogio nel riportarono, e quivi finita la dovuta solennità, rese grazie ai frati, ed al popolo tutti si partirono.
Ma la notte seguente dormendo il Vescovo se gli fece sentire una voce. Nudo mi ricevesti o Prelato, ma non perciò in alcun modo nudo dovevi rimandarmene; alla qual voce destatosi egli; né riconoscendo di chi ella potesse essere, mentre se ne stava così dubitando, fu dalla medesima la seconda e la terza volta atterrito per lo che chiamati tutti di sua casa raccontò loro la visione, comandando al suo Cappellano, che facesse fare onorevole custodia per collocarvi il venerando Miracolo, il che non molto dopo è manifesto esser stato fatto, essendo anche il luogo dal Vescovo d’Indulgenza arricchito; né gran tempo passò, che alla fanciulletta Ildebrandesca dicesi una cotal visione essere apparsa.
Parevale pertanto, mentre ella dormiva di vedere la S. Madre di Dio venirsene alla volta sua, e comandarlo che se n’ andasse alla Margherita, la quale aveva la cura delle cose sacre, e le portasse questa imbasciata. Io ho partorito vicino alla tua chiesa, né ritrovo casa in cui riparar mi possa; il che eseguendo ella sembravale di ricevere un nuovo e bel vaso, da portarsi alla Madre del Signore.
Venuta la mattina, avendo raccontato il seguito, compresero tutti doversi fare un luogo, in cui si conservasse il Miracolo. Il quale magnificamente finito, chiamato il Vescovo, in quel Tabernacolo solennemente il collocarono, nel quale maravigliose cose operar si veggono dal Salvatore, a laude e gloria del suo nome a cui onore e gloria ne’ secoli dei secoli. Amen.
Grande fu dunque la venerazione che subito se ne ebbe in Firenze; e pubblica prova ne dette il popolo nel 1231 in occasione della solennissima processione, con la quale si riaccompagnava il prezioso tesoro dal palazzo del Vescovo Ardingo alla Chiesa di S. Ambrogio.
Secondo asseverano gli storici, fra cui Giovanni Villani, la repubblica fiorentina, a viemeglio addimostrare quanto del SS. Miracolo si dovesse aver venerazione, ne affidò la cura alla prima e più nobile fra le arti maggiori, al Collegio dei Giudici e dei Notari. Tale venerazione fu mai sempre continuata, come si rileva anche da autentici documenti.
Si trova infatti che nel febbraio del 1340, in seguito ad una petizione avanzata dal capitano del popolo si adunarono i Priori, i quali, insieme al Gonfaloniere e ai dodici buonomini deliberarono di far costruire, conformemente alle istanze di una Società del Corpo di Cristo, sopra all’altar maggiore della Chiesa una volta ed un bel tabernacolo in pietra per chiudervi onorevolmente il Miracolo.
Nell’istesso anno, il 18 di giugno, secondo che attesta Giovanni Villani contemporaneo, per la grande mortalità, che la pestilenza scoppiata seminava tra i cittadini, per consiglio del Vescovo Silvestro da Cingoli e dei religiosi, s’implorò l’aiuto di Dio, portando per tutta Firenze processionalmente il SS. Miracolo; alla quale manifestazione di fede presero parte indistintamente tutti i cittadini sani, sì uomini che donne.
Successivamente il Gonfaloniere ed i Priori della repubblica fiorentina deliberarono che i sei Consiglieri di Mercanzia e dell’ Università dei Mercatanti della città di Firenze, con i Consoli e Capitudini delle 21 arti della città, dovessero perpetuamente ogni anno la mattina del 7 dicembre – festa del Titolare – andare a S. Ambrogio con torcetti accesi, per offrirli quale elemosina alla Chiesa, affinchè con essi vi si mantenesse decorosamente il culto.
Ed i Signori nel 1454 ordinarono una solenne processione col SS. Miracolo per il giorno 25 giugno dell’ anno stesso.
Nel 1543 il venerando Collegio dei Giudici e Notari, per ovviare al caso che il culto al SS. Miracolo potesse in qualche modo affievolirsi, si obbligò di concorrere alla spesa por la festa annuale; che doveva esser resa più solenne dalla processione, cui dovevano prender parte il Proconsolo e tutti i componenti il Collegio, a nome del quale si doveva anche fare l’ offerta di 17 libbre di cera.
Il Collegio dei Giudici e Notari continuò poi sempre fino al 1779, ultimo di sua esistenza, ad avere la massima cura del tesoro che gli era stato affidato, come ne fanno fede le non poche deliberazioni prese in proposito.
Prove numerosissime ed indubbie di fede dei più noti cittadini si ebbero in ogni secolo, compreso il presente; nel quale pur troppo, per gli errori che corrono, nessuna autorità civile, nessuna associazione, nessun collegio si degna di venire pubblicamente all’adorazione del SS. Miracolo o di dar segno che la fede dei nostri antenati dura perenne, nei lontani nepoti.
E qui cade a proposito il ricordare, che per accrescere nel cuor dei fedeli la devozione verso il medesimo (SS. Miracolo) non mancò la S. Chiesa di aprire i suoi spirituali tesori. Goffredo Vescovo di Betlemme, Legato Apostolico in Toscana, 27 anni dopo l’accaduto prodigio, volle esaminare quelle mirabili Specie Sacramentali; e ai 30 di dicembre del 1257 concesse a quelli che ivi erano presenti, ed a chiunque in avvenire visitasse la detta Chiesa, 40 giorni d’indulgenza delle penitenze imposte pei peccati mortali, e della quarta parte della soddisfazione dovuta pei veniali; e finalmente l’anno 1399 Bonifazio IX concesse a chi veramente pentito e confessato visiterà dal primo al secondo Vespro la stessa Chiesa il giorno del Titolare S. Ambrogio, adorando il Sacro Miracolo quando si mostra al popolo, e pregando Dio fervorosamente, quella medesima tanto celebre Indulgenza plenaria che conseguiscono ogni anno coloro che visitano la Chiesa di S. Maria degli Angeli, detta la Porziuncola, fuori delle mura di Assisi il primo e secondo giorno d’agosto detta volgarmente il perdono d’Assisi.(5)
(5) Da un opuscolo di ignoto autore edito dalla tipografia Ricci nel 1883.
Altri Pontefici, fra i quali Leone XII e Pio IX, concessero indulgenze, ampliando e confermando anche quelle precedentemente largite.
Ecco per sommi capi accennato alle memorie storiche ed ai tesori di religione e d’arte dei quali va meritamente superba la Chiesa di S. Ambrogio di Firenze.
Ed ora, riprendendo quanto già dissi in principio, passo a dimostrare come a ben altro restauro e di maggiore importanza occorrerebbe por mano; perchè riportando questa antichissima Chiesa alla ammiranda semplicità della sua forma primitiva, si potesse con orgoglio affermare di aver dato al SS. Miracolo tempio che a tanto portentoso prodigio si conviene.
Coi recenti lavori, con tanta competenza e squisito sentimento artistico diretti dall’egregio ingegnere architetto Ezio Cerpi, ho fatto quanto mi era possibile.
Non ostante che dal competente Ufficio Economale fossi stato esonerato dalla rinnovazione completa del pavimento, ho voluto nondimeno che questo lavoro fosse fatto; non solo, ma ho provveduto anche a mie spese – a viemeglio risanare la Chiesa ed all’ intento di toglierle quella continua umidità, per cui non di rado vi si sentivano delle esalazioni non gradite né igieniche – a farvi praticare un sufficiente drenaggio per tutta l’ampiezza del pavimento.
Così volli pure la chiusura delle finestre quadrangolari e l’apertura di quelle archiacute nella parete prospiciente sul Borgo la Croce.
E volli anche riordinare e in modo più conveniente decorare la Cappella del SS. Sacramento, che così come era, mi sembrava troppo insufficiente.
Né dimenticai di far ripristinare il magnifico tabernacolo di S. Sebastiano, opera pregevolissima di Leonardo Del Tasso.
Questi lavori, unitamente agli altri previsti nella perizia estimativa dei danni, redatta per conto dell’Ufficio Economale, come la ripulitura generale delle pareti, su cui – in seguito alla autorizzazione della Commissione Consultiva per la conservazione degli scavi d’ antichità e monumenti – furono soppresse le infelici pitture dell’Ademollo; ed il riordinamento degli altari laterali; se danno un aspetto migliore alla Chiesa, dimostrano però che essi non possono esser considerati altro che un principio di restauro di grandi proporzioni.
Se per l’addietro, specialmente osservando dal presbiterio, si sentiva qualche cosa come di soffocante nella forma della Chiesa, per effetto di quello stoiato, che deturpa da solo il carattere della intiera costruzione; ora tale impressione si prova con maggiore intensità per effetto specialmente dell’apertura delle antiche finestre, per le quali l’interno del tempio è inondato da luce più uniforme e più propria.
Se per l’ addietro, segnatamente guardando dal fondo della Chiesa, sembrava di scorgerla composta di due parti l’una indipendente dall’altra; il presbiterio cioè fino alla balaustrata, ed il rimanente della nave; ora tale impressione si prova maggiormente. E ciò non solo perché le finestre laterali di stile ogivale toscano non stanno più in armonia con quella del coro e col rimanente del fabbricato; ma anche e specialmente perchè per l’imbiancatura delle pareti stonano assai di più le decorazioni in pietra apposte all’abside dal Foggini, le quali più che mai dimostrano di non aver nulla a che vedere collo stile della Chiesa.
Non parlo del soffitto che viepiù apparisce quello che è in realtà, vale a dire un’ infelice sovrapposizione; tanto che sembra voglia venir giù da sé, perché le splendide capriate antiche, abbastanza ben conservate, possano mostrarsi in tutta la loro elegante magnificenza.
Ma se la demolizione del soffitto a stoia – ancora più disdicevole pel suo colore dominante, che è più scuro di quello delle pareti – si rivela necessaria sotto l’aspetto artistico per riportare il più possibile la Chiesa alla sua forma primitiva; e sotto l’aspetto igienico per accrescerle la massa d’aria respirabile, o, come direbbe un tecnico, la sua cubatura; se pure sotto l’aspetto dell’ arte si sente il bisogno di demolire i barocchi coretti e tutto il pietrame che riveste gli archi elittici che li sostengono, non che il rimanente pietrame di decorazione al frontone dell’arco di accesso al presbiterio; non meno urgente si ravvisa la necessità di riaprire l’antica finestra absidale per rendere il tempio più luminoso e meglio aereato; collocando l’organo ove sembra destinato dalla conformazione stessa della Chiesa, vale a dire sopra la porta principale d’ingresso, di fronte all’altar maggiore.
E non questi soli sono i restauri necessari alla Chiesa di S. Ambrogio.
Colla chiusura delle finestre quadrangolari è divenuta indispensabile la ripresa del paramento in pietra lungo Borgo la Croce; né in un restauro di tal fatta potrebbe esser lasciata così come è attualmente la facciata costruita dal mio predecessore, la quale male si adatterebbe con tutto il resto della costruzione. In essa occorrerebbe aprire la finestra rotonda, che anticamente esisteva su all’altezza dello stoiato; e converrebbe pure riordinare le due finestre archiacute, la cui forma male si addice con quella delle laterali ora riaperte.
Così la Chiesa potrebbe dirsi quasi ridotta alla sua forma antica; e quale l’ammirarono, bella nella sua semplicità, quelli insigni artisti del rinascimento che le accrebbero lustro e decoro, sia colle loro opere, sia per aver trovato in essa la quiete del sepolcro.
Bene inteso che il lavoro da me ideato non dovrebbe essere una di quelle malaugurate riedificazioni, che troppo spesso si risolvono in una inconsulta distruzione di memorie storiche ed artistiche: ossia nella negazione del vero restauro, intesa questa parola nel suo significato più proprio e migliore.(1)
(l) La disposizione simmetrica degli altari negli spazi fra i finestroni, per quanto esteticamente più razionale, non può effettuarsi per non danneggiare i pregevolissimi affreschi che sono campiti in alcuni di essi; e per riguardo alla vetustà ed allo stato di conservazione del pietrame che ha subito danni non lievi per l’umidità del tempio.
Ma per fare tali lavori ben altre forze occorrono che quelle di cui può disporre un parroco, che per il proprio ministero troppe lacrime ha da tergere e troppi dolori da alleviare; sicché il progetto di restaurare la mia Chiesa come si conviene, mi sembrerebbe un sogno quasi irrealizzabile, se un pensiero costante non m’ infondesse speranza.
In questo tempo in cui si rendono pubblici e diuturni omaggi al Divino Redentore; e 1a Croce – sacro segno di pace e di amore – s’ innalza librata nelle aure, sulle eccelse vette dei nostri monti, non può mancare un degno omaggio a sì prodigioso Miracolo della SS. Eucarestia.
Ed è in questa convinzione incoraggiato dalla Autorità Ecclesiastica fiorentina, che io oso fare caldo appello innanzi tutto, come padre a figli, ai miei popolani pel decoro di questa chiesa, che è loro, a tutti i continuatori della fede dei nostri antenati; alle Autorità preposte alla conservazione dei nostri monumenti e delle patrie memorie(1); alle associazioni ed accademie che dall’arte si intitolano e dell’arte fanno l’unico scopo della loro esistenza; ed a tutti coloro cui sta a cuore la conservazione dei tesori artistici che rendono ammirato ed invidiato il nostro paese; fiducioso che in quest’opera non mancherà l’aiuto di coloro che sentono, amano e credono.
Per tal modo la fede e l’arte insieme unite segneranno in Firenze una data ricordevole al sorgere del nuovo secolo.
(1) Era in corso di stampa la presente pubblicazione quando mi giunse una lettera dall’ Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti della Toscana, con la quale approvando il già fatto, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione mi incita a proseguire, promettendo di contribuire in parte alle spese necessarie.
