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APPUNTI PER UN ARTICOLO CRITICO

SU LUIGI BONI

 

Paolo Pianigiani

Empoli 15/1/75

 

 

Se un giorno mi chiedessero di parlare di Luigi Boni, direi subito: Boni non era un pittore; quello che ha dato come pittore è niente, non si distacca se non raramente dalla modesta espressione di un qualsiasi pittore dei nostri giorni.

Luigi Boni è un artista, o per meglio dire un fenomeno artistico; la sua produzione si può facilmente distinguere in due periodi, in mezzo ai quali va posta la sua più importante scoperta, gli “stecchini”.

Le opere del primo periodo, visibile è una insaziabile ricerca personale, ma pur sulla strada aperta dai grandi maestri, senza però chiaro mai cadere nella base quotidiana degli epigoni precedenti; già si presenta viva di spunti e proposte interessanti.

La materia si dispone nello spazio, la tela e la ricerca di un equilibrio tra libere forme, determinando una situazione espressivamente ed esteticamente valida.

Questo primo immobile è ricco di potenzialità, nel quale Boni si è dibattuto per molti anni, di forme molto complicate (un critico francese presentando le opere come “magnifico barocco”, osservandosi forse solo al fatto estetico), si è evoluto, in un processo di continuo ma costante di maturazione interiore, verso forme sempre più essenziali, limpide, pure, ripercorrendo, si è tentati di dire, all’inverso l’evoluzione della materia vivente.

Spazio e materia sono i protagonisti di questa opera; spazio da intendersi come concetto puro, quindi come spiritualità religiosamente concepita.

È appunto lo spazio che si è impossessato per gradi della superficie disponibile (le opere dei cosiddetti carta – colla – tela si situano in questo periodo), realizzandosi in forma pura, in una linea elegantemente fermata da una verticale di stecchini; non è qui l’aspetto semplicemente estetico che conta, altrimenti gli “stecchini” esaurirebbero la loro origine in una più o meno intelligente trovata.

Con gli “stecchini” Boni è arrivato ad essere sé stesso, liberandosi di tutto ciò che è accessorio e superficiale, ma che era pur necessario approfondire e usare per superare per poter giungere a quella meta che già era in embrione nelle sue opere precedenti, sepolta e nascosta dalle bellissime ma retoriche strutture materiche.

Non deve trarre in inganno la povertà e la semplicità della materia usata, siamo lontani in queste ultime opere dall’“art brut”, o da qualsiasi rigurgito neo dadaista, non c’è insomma l’ironia della proposta della materia come opera d’arte; il problema posto e risolto è quello dello spazio.

Nasce a questo punto l’esigenza di giustificare criticamente e situare storicamente tutta l’esperienza artistica di questo caparbio e isolato ricercatore.

Il nome che immediatamente si propone è quello di Fontana; molti sono gli aspetti che accomunano la produzione di questi due artisti; anche Fontana ha a lungo approfondito la ricerca materica, le sue sculture violentate dal gesto rabbioso, le nere superfici incrostate da bolle esplose, per esempio.

Già in queste opere è presente se non chiaramente almeno in potenza quel concetto spaziale che solo dopo tormentate ricerche ha raggiunto la sua piena realizzazione nel taglio.

Senza questo importante punto di arrivo, difficilmente quella interna architettura spaziale sarebbe potuta essere individuata.

La stessa cosa è valida per Luigi Boni; solo gli “stecchini” hanno dato un senso nuovo al suo lavoro precedente, un senso che va molto al di là dell’elegante soluzione estetica; probabilmente quel critico francese sbagliava: sotto la libidine barocca c’era qualcosa di più.

È stato giustamente osservato (fra i tanti il Sauvage) che Lucio Fontana, autore di tutti i manifesti dello spazialismo, è stato anche il solo a mantenere nella propria ricerca tutte le premesse in essi contenute; altri importanti artisti che pure situano il proprio lavoro in un ambito spaziale, Scanavino e Dova per tutti, hanno fatto cose importantissime, nel proprio impegno artistico, ma solo parzialmente hanno seguito le istanze che sono alla base dello spazialismo.

Il parallelo “stecchini” – “taglio” si fa allora proponibile; tuttavia troppo lontane sono le due soluzioni al problema spaziale per giustificare qualsiasi tentativo di far scaturire i primi dal secondo; da una situazione di ricerca comune due sono state le risposte, emerse coerentemente da due diverse situazioni artistiche ed esistenziali.

La parte critica dell’articolo si può concludere qui, adesso c’è da dire due parole sui motivi e sugli scopi di questo intervento.

Quello che sono venuto esponendo è nato dall’esigenza di puntualizzare i nuovi ed importanti sviluppi che la ricerca di Boni ha saputo produrre, e che ho avuto la fortuna di seguire da vicino, e anche come complemento a un articolo su questo artista apparso sulle pagine della Nazione nei giorni scorsi, autore il pittore Piero Gambassi, valido criticamente per il periodo che ha preceduto “stecchini”.

Luigi Boni ha preferito non dare troppo pubblicità alle sue più importanti scoperte artistiche, perché in primo luogo non gli interessa minimamente il successo che da essa può venirgli, e chi lo conosce sa che queste parole non sono le solite vuote e retoriche; e in secondo luogo, lui, memore del detto “nessuno è profeta in patria”, non ha voluto perdere tempo in inutili proposte in un ambiente che per motivi ovvi, da sempre gli è almeno artisticamente ostile.

Probabilmente sarebbe stato più opportuno anticipare i tempi e accettare i riconoscimenti dell’Arte Ufficiale, ma siccome in un ambiente dove l’interesse e l’abilità servile di molti critici dettano legge, non è impossibile che un’opera simile resti dimenticata; ritengo non inutile questo mio limitato intervento.

Per questo Boni si inserisce con pieno merito nel ristretto numero degli artisti che hanno saputo dare coerente e valida conclusione al problema dello spazio, che si può dire ha segnato nel suo evolversi tutta la storia dell’arte umana.

Si dirà che queste considerazioni sono dettate dall’entusiasmo, dalla amicizia o peggio dalla faciloneria critica, ma corro volentieri questo rischio, chi possiede dei mezzi critici più validi dei miei, può benissimo ripercorrere le tappe dell’attività artistica di Luigi Boni e forse le mie argomentazioni risulteranno degne di qualche credito.

 


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