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Gabriella Sedoni

 

di Paolo Pianigiani

 

Pittura nello spazio, prima di tutto: e quindi strutture e coordinate, longitudini e latitudini a cercare gli appigli dove il colore si distende e la superficie prende forma. I piani sono obliqui, s’incrociano ad arrichire le possibilità del vedere.
Perchè di visione si tratta, è una ricerca di paesaggi lontani, diversi, ritrovati e ricreati nella memoria. Ed è allora un accumularsi di incontri, dove gli spazi si cercano, come mondi lontani, le linee si fermato a stabilire i confini.
E danno struttura e ordine, che può essere solo un limite visivo. Dietro di loro i colori continuano a formarsi, continui e metamorfici mentre, verso di noi, tutto appare come una finestra sull’infinito, e la pittura si spande fino a cercare emozioni profonde, lontane, di realtà astratte che solo il sogno rende possibili.
Sì, ma le origini dove?
Era una figurazione anch’essa di spazio, dove l’oggetto era pretesto per l’intreccio delle linee, sempre presenti e cercate come limite e bordo, lasciando ai fondi la libertà di cambiare.
Come la serie ripetuta delle “sedie”, esaltate nel particolare dei panneggi, che avvolgono e chiudono nel loro mistero, la continua visione delle cose.
Manca, già dall’origine, ogni paesaggio. Manca la vastità delle pianure o il denso verde dei boschi. Ci sono oggetti nello spazio. E donne, sì, coi loro volti, a raccontarci il loro esistere. Ma questo ormai è passato. Nell’esplosione astratta, quella recente e attuale, si ha un dilagare delle forme, un disperdersi dei contenuti fino agli estremi limiti del caos.
Ma rimane, appiglio costante, il riferimento alla struttura spaziale, presente con linee e coordinate: il resto, la trama narrante, esplode nell’infinito. Gabriella ora è libera, come il pensiero, nella dimensione più diversa e lontana, dove ogni forma è cercata e rinasce come sogno, come significato diverso e indefinibile.

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